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Myanmar, l’ombra del genocidio sulla minoranza musulmana

Myanmar lombra del genocidio sulla minoranza musulmana
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Nella travagliata storia del Myanmar, l’attenzione della comunita’ internazionale si concentra soprattutto sul dramma dei Rohingya, la minoranza musulmana vittima di ondate persecutorie per le quali il Paese asiatico e la sua celebre leader Aung San Suu Kyi sono stati accusati di genocidio dalla Corte penale internazionale dell’Aia. Paese a maggioranza buddista, il Myanmar ha sempre considerato i Rohingya “bengalesi”, ovvero provenienti dal Bangladesh, e dal 1982 ha negato loro la cittadinanza, rendendoli apolidi e negando loro liberta’ di movimento e altri diritti fondamentali.

Le tensioni aumentano quando il 9 ottobre 2016 un gruppo armato di etnia Rohingya lancia un attacco contro tre posti di polizia di frontiera, al quale l’esercito birmano risponde con incessanti rappresaglie. Oggetto principale delle accuse di genocidio e’ una campagna militare portata avanti nel 2017 nello Stato di Rakhine, sulla costa occidentale, che costringe circa 750 mila Rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh, accampati per lo piu’ a Cox’s Bazar (Sud-Est). Testimonianze concordanti hanno riferito di villaggi rasi al suolo e dati alle fiamme, migliaia di morti e stupri sistematici, ma sia il governo che i militari hanno sempre respinto le accuse di atrocita’.

Le forze di sicurezza birmane, invece, accusano i ribelli Rohingya dell’incendio dei villaggi e delle atrocita’ contro la loro stessa gente. Nel dicembre 2017 il governo birmano ha inoltre negato l’accesso a Yanghee Lee, relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Myanmar e anche a diverse Ong per fornire assistenza umanitaria. Suu Kyi, in passato elogiata per le sue battaglie per i diritti umani e la democrazia, viene quindi criticata, sia da attivisti che da leader di Paesi occidentali, per il suo comportamento indifferente, di silenzio complice con i militari e a tratti di ostilita’ nei confronti della minoranza musulmana.

Tra il 2017 e il 2018 pioggia di critiche sono arrivate tra gli altri dalla pakistana Malala Yousafzai, anche lei Nobel per la pace, Boris Johnson, allora ministro degli Esteri britannico, Bono degli U2, Bob Gedolf, l’Universita’ di Bristol – che ritira le onorificenze pregresse -, il parlamento del Canada – che revoca la cittadinanza onoraria canadese a Suu Kyi – e Amnesty International che sopprime il titolo di “Ambasciatore della coscienza”. L’11 dicembre 2019, sempre piu’ criticata dalla comunita’ internazionale e accusata da diverse Ong che non la riconoscono piu’ come icona democratica, Suu Kyi va al Tribunale dell’Aja per difendere l’azione militare contro i Rohingya, in risposta all’accusa di genocidio presentata dal Gambia.

In un discorso di oltre 3 mila parole, Suu Kyi non ha usato il termine “Rohingya” per descrivere il gruppo etnico, affermando che le accuse di genocidio erano “incomplete e fuorvianti”, sostenendo invece che la situazione era in realta’ una risposta militare birmana agli attacchi dell’Esercito della Salvezza Arakan Rohingya. Nel gennaio 2020, la Corte internazionale di giustizia ha deciso che esisteva un “rischio reale e imminente di un pregiudizio irreparabile per i diritti” dei Rohingya. La corte ha anche ritenuto che gli sforzi del governo birmano per porre rimedio alla situazione “non sembrano sufficienti” per proteggere i Rohingya.

Pertanto, la corte ha ordinato al governo birmano di prendere “tutte le misure in suo potere” per proteggere i Rohingya da azioni genocide. La corte ha anche incaricato il governo birmano di conservare le prove e di riferire alla corte a intervalli tempestivi sulla situazione. Il Parlamento Ue ha invece ritirato il premio Sakharov per la liberta’ di pensiero che nel 1990 aveva assegnato a Suu Kyi. Vittime di violenze e violazioni dei propri diritti non sono solo i Rohingya – almeno 1,1 milione di persone – ma anche molti buddisti Rakhine nello Stato omonimo, che gia’ nel 2015 non avevano potuto esercitare il proprio diritto di voto.

In Myanmar le minoranze etniche rappresentano il 30% delle popolazione di 55,5 milioni di abitanti. Contrastanti le reazioni dei Rohingya rifugiati in Bangladesh alla notizia del colpo di stato nel Paese di origine. Alcuni lo hanno accolto con gioia e stanno festeggiando, considerandolo una “punizione” per Suu Kyi, ritenuta principale responsabile del loro genocidio. Per altri invece un golpe “non e’ mai una buona notizia, per nessun Paese”, dubitando fortemente che il ritorno dei militari al potere possa favorire un loro rientro in Myanmar.





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