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Poliziotti uccisi a Trieste, “Meran capace di intendere e volere”

Poliziotti uccisi a Trieste Meran capace di intendere e volere
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Milano, 13 feb.(Adnkronos)

“Stephan Meran Alejandro Augusto al momento dei fatti, era, per infermità, in tale stato di mente da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere e di volere”. Sono le conclusioni – in possesso dell’Adnkronos – a cui arrivano i periti incaricati dal gip di Trieste Massimo Tomassini di stabilire le condizioni del 30enne di origine domenicana che deve rispondere dell’omicidio dei due poliziotti Pierluigi Rotta e Matteo Demenego avvenuto negli uffici della questura di Trieste il 4 ottobre 2019.


Il collegio di esperti – dagli psichiatri Mario Novello, Ariadna Baez e Gaetano Savarese e dalla psicologa Erika Jakovcic – “ritiene di poter fondatamente sottolineare che non ci sono stati elementi o fattori di alcun tipo che permettano di affermare che si era creata una discontinuità nel campo della coscienza del periziando con perdita di contatto con la realtà, quale, ad esempio, una condizione di de-realizzazione con restringimento del campo della coscienza oppure una condizione di sospensione del campo della coscienza provocata da fattori psicopatologici o neuropsichici o di 102 origine tossica”.

In altri termini, il pool di esperti “non ha ravvisato elementi che permettano di concludere che si sia trattato di un cosiddetto ‘reato di impeto’ con grave alterazione o sospensione dello stato di coscienza per cause endogene o esogene”. In base a quanto è stato rilevato, “vi è stata una continuità psicopatologica e dello stato di coscienza e delle condizioni psichiche del periziando prima e dopo l’arrivo in Questura e durante la commissione dei fatti”.

“PUO’ PARTECIPARE A PROCESSO, MA E’ RISCHIO”

Meran “ha la capacità di partecipare coscientemente al procedimento, ma è necessario considerare possibili oscillazioni delle sue condizioni psichiche che potrebbero transitoriamente far venire meno detta capacità”. E’ uno dei passaggi della perizia.

In particolare, nella perizia in cui si riconosce la sua capacità di intendere e volere al momento del fatto e la sua pericolosità sociale, per il collegio di esperti “il periziando si aspetta un ‘giusto processo’ e ha la capacità di partecipare coscientemente al procedimento”. Tuttavia, gli esperti sottolineano come tale capacità possa essere a rischio visto che dal 9 febbraio Meran si trovava in regime di Tso presso il servizio psichiatrico di diagnosi e cura di Borgo Trento a Verona e “pertanto presumibilmente in condizioni di non poter partecipare al procedimento”.

“PERICOLOSO, PUO’ UCCIDERE ANCORA”

“A parere unanime e condiviso dei suoi componenti”, Alejandro Stephan Meran, “si trova in una condizione psicopatologica instabile e precaria, complicata da variabili di carattere istituzionale, che potrebbe esporlo al rischio di commettere atti contro le persone o le cose e contro il suo stesso interesse”.

La perizia evidenzia come “la gravità dei fatti e la comprensibile instabilità delle sue condizioni psichiche”, ritenute “complesse e non facilmente decifrabili al di fuori dei momenti di acuzie, costituiscono fattori che inducono il collegio a concludere che il periziando, per un tempo non precisabile, potrebbe commettere altri fatti penalmente rilevanti a causa della dimensione psicopatologica di cui soffre”.

Detenuto nel carcere di Verona ma attualmente in ospedale dopo essere stato sottoposto a Tso, per lui – secondo gli esperti incaricati dal giudici delle indagini preliminari – “è urgente e necessario formulare un complesso progetto terapeutico e riabilitativo in un contesto istituzionale da individuarsi con la massima attenzione tra quelli noti ed esistenti”. I fatti di cui deve rispondere Meran “nella loro devastante drammaticità e gravità hanno avuto, hanno e avranno un enorme impatto sul periziando come persona e sulle sue condizioni psichiche, come ha egli stesso affermato in alcuni momenti, sul suo futuro e sulla sua vita. Il lavoro di cura e riabilitazione e, ancora di più, il lavoro di rielaborazione dei fatti e la reinvenzione di una nuova vita, non possono che essere molto lunghi, dolorosi e difficili”.

“SOFFRE DI DISTURBO POST TRAUMATICO”

“Disturbo post traumatico da stress complicato successivo al grave episodio di abuso (…) avvenuto nell’infanzia, e di altri eventuali e tale da condizionare in modo sostanziale il suo sviluppo e determinare esperienze psicopatologiche antecedenti lo sviluppo della psicosi e averne fornito almeno in parte ‘materiali’ semantici, in una sorta di drammatico continuum”. Rientra in questa categoria psicopatologia il disturbo di cui soffrirebbe Alejandro Stephan Meran.

La perizia degli esperti decreta la capacità di intendere e volere al momento dei fatti, la sua capacità di stare nel processo (anche se a rischio viste le condizioni attuali di salute) e riconosce la pericolosità sociale del 30enne di origine domenicana.

L’atteggiamento dell’imputato – “oscillante e ondivago, ma mai realmente collaborativo” – porta i periti a condividere le conclusioni della perizia dei consulenti della procura, secondo i quali “le specificazioni diagnostiche oscillano, pur all’interno del grande contenitore della psicosi, fra una forma di schizofrenia paranoide (orientamento dei sanitari tedeschi curanti) di un disturbo psicotico indotto da sostanze (parere peritale effettuato in Germania) di una forma di psicosi Nas (ovvero non altrimenti specificata, psichiatria di Borgo Trento), di un episodio psicotico (dimissioni da Borgo Roma), di una pregressa psicosi (osservazione psichiatrica condotta presso la casa circondariale di Verona)”, il tutto acuito da una “psicosi da cannabis” visto il presunto uso abituale da parte di Meran.

“SI SENTIVA PERSEGUITATO”

“Già dal giorno prima, ma certamente dal mattino del 4 ottobre il periziando si trovava in una condizione delirante di terrore psicotico e si sentiva immerso in una atmosfera persecutoria in cui percepiva l’esistenza di un complotto per ucciderlo, anche se era in grado di relazionarsi, di muoversi e di agire concretamente nella realtà”. E’ uno dei passaggi della perizia in possesso dell’Adnkronos.

Per il pool l’inizio dei fatti può essere identificato all’arrivo davanti all’abitazione del 30enne di alcune macchine della polizia e di un’ambulanza – giunte dopo il furto di uno scooter messo a segno la mattina dal 30enne – “che lui ha interpretato come un complotto ovvero come la conferma della esistenza di un complotto ordito contro di lui e implicitamente contro il fratello”, con cui vive un rapporto “diade con alcuni aspetti simbiotici”.

Meran “stava male in modo pervasivo almeno dal giorno precedente, non aveva dormito la notte tormentato dai deliri e dalle allucinazioni ed era rimasto terrorizzato e sconvolto dalla ‘minaccia di morte da parte dell’ex cliente’, (avvenuta la mattina del 4 ottobre, ndr)” che lo porta a “scalzare una sconosciuta dallo scooter per fuggire e andare a cercare rifugio e protezione dal fratello. Si trovava quindi in una condizione genericamente inquadrabile nell’ambito degli scompensi psicotici acuti”. Per lui l’episodio dello scooter, “era chiaramente un evento di significato sintomatologico anziché un furto”.

Rassicurato dalla presenza del fratello accetta di andare in questura. “Il fatto che egli fosse apparentemente calmo e acquiescente – scrivono i periti del giudice – non significa in alcun modo che egli non si trovasse in una condizione estrema di allarme, di tensione e di paura, di paura psicotica profonda”. Anzi: “in tale ‘atmosfera delirante'” arriva in questura apparentemente tranquillo e accondiscendente, ma in realtà “in stato di grande allarme e di grande paura, sentendosi in trappola insieme al fratello (subito separato da lui con aumento del panico e del senso di pericolo), e in tale stato è entrato in bagno e ne è uscito creando quella che lui stesso ha definito ‘la lotta per la pistola'”, si evidenzia nella perizia.

In quei pochissimi minuti del duplice omicidio “non ci sono stati elementi o fattori di alcun tipo che permettano di affermare che si era creata una discontinuità nel campo della coscienza del periziando con perdita di contatto con la realtà quale, ad esempio, una condizione di de-realizzazione con restringimento del campo della coscienza oppure una condizione di sospensione del campo della coscienza provocata da fattori psicopatologici o neuropsichici o di origine tossica”. In altri termini, il pool di esperti “non ha ravvisato elementi che permettano di concludere che si sia trattato di un cosiddetto ‘reato di impeto’ con grave alterazione o sospensione dello stato di coscienza per cause endogene o esogene”.

Pur nell’atmosfera delirante, “era in grado di modulare i suoi comportamenti all’interno della realtà concreta in cui si trovava, di compiere valutazioni e scelte e di formarne e conservarne complessivamente i ricordi, talvolta con imprecisioni e talvolta con grande precisione, conduce a concludere che al momento dei fatti, nella prima parte della loro declinazione ovvero fino alla disponibilità della pistola e al primo sparo, egli era, per infermità, in tale stato di mente da scemare grandemente senza escluderla la capacità di intendere e di volere”, scrivono gli psichiatri Mario Novello, Ariadna Baez e Gaetano Savarese e la psicologa Erika Jakovcic.

“MI SENTO INNOCENTE, MI SONO DIFESO”

“Io mi sento innocente, mi sono difeso. Non volevo uccidere, l’ho fatto solo per difendermi. Mi aspetto una cosa giusta…una pena minima”. Così Alejandro Stephan Meran risponde a chi gli chiede se è consapevole di quanto accaduto il 4 ottobre 2019.

“Se vogliono dirmi che posso andare a casa sarebbe una cosa bellissima”, replica nei colloqui inseriti nella perizia psichiatria -in possesso dell’Adnkronos – che riconosce la sua capacità di intendere e volere al momento dei fatti. “E’ grave da una parte perché sono morti, ma da un’altra non lo è perché mi sono difeso, solo volevo difendermi”, aggiunge l’imputato. “Ho commesso un bel guaio…sono morti due agenti di polizia”.

“CON LA PISTOLA IN MANO MI SONO SENTITO DIO”

“Non ho mai imparato a sparare, non ho mai ucciso nessuno, non ho mai avuto uso di pistola, mi sono sentito posseduto dalla pistola in quel momento, in quel momento era l’adrenalina che mi saliva addosso, è inspiegabile quello che ho sentito, è una cosa che…non è per tutti la pistola, la pistola è una cosa che non è per tutti, io mi sono sentito posseduto, io mi sono sentito un Dio in quel momento, grande come un Dio, avere la pistola in mano, impugnare la pistola, non so se capite”. Con queste parole Meran ricostruisce quanto avvenuto negli uffici della questura.

Frasi, riportate nella perizia in possesso dell’Adnkronos, pronunciate con “grande intensità emotiva ed espressiva” quasi a mimare i tre colpi di pistola esplosi contro l’agente Pierluigi Rotta e i quattro contro Matteo Demenego, intervenuto per soccorrere il collega. “Ti senti un dio, ti senti l’adrenalina che sale nel sangue, nelle vene, io mi sentivo in quel momento, saltavo, saltellavo in quel momento (…), il motivo era che avevo questa pistola in mano e la vibrazione, la sparatoria, in quel momento lì è stata una cosa catastrofica…”.

Meran raccolta la ‘lotta’ con il primo agente, appena uscito dal bagno della questura, ma sostiene di essersi difeso e non di aver sottratto l’arma. “Mi sono trovato in una situazione di pura estremità, di pura… Come posso chiamarla? Mi sono trovato in un momento molto intrigante, tenebroso, pieno di paura, è stato un momento molto difficile per me decidere di girargli la pistola, e difendermi, in poche parole, è stato molto difficile di difendermi contro di lui perché lui è già preparato per questa situazione…”. Poi “mi rialzo da terra e c’è questo secondo che esce per voler aggredirmi e io gli sparo, gli do tre spari, tre colpi, sempre per difendermi”. In un altro momento, aggiunge: ”Mi dispiace veramente di quello che è successo perché non è stata colpa, cioè con la mia volontà, è stato contro la mia volontà”.

Per i periti – gli psichiatri Mario Novello, Ariadna Baez e Gaetano Savarese e dalla psicologa Erika Jakovcic – “avere in mano la pistola e avere sparato il primo colpo ha completamente trasformato il sentire del periziando e, come accade spesso e come egli stesso ha manifestato con le sue parole e la sua intensa emotività, l’arma sembra essere diventata una protesi protettiva per la sua insicurezza e per il suo terrore psicotico”. Il collegio di esperti mette in evidenza come sembra possibile sviluppare l’ipotesi interpretativa secondo cui Meran, “impugnando la prima pistola e ancora di più con la seconda, è passato dalla posizione di paura/terrore e ritiro/frustrazione alla posizione di onnipotenza in cui, sentendosi come un dio, finalmente si liberava dalla oppressione delle inibizioni che lo avevano tenuto sotto scacco per tutta la vita imprigionandolo nel ruolo di vittima, del padre e forse di altri adulti”.

L’imputato, “anche al di là di una difesa giudiziaria – a cui non è comunque estraneo – ha inconsapevolmente elaborato una ricostruzione dei fatti che lo protegge dai sensi di colpa e dalla minaccia di disintegrazione psichica proiettando fuori da sé l’innesco dei fatti. Con alcune tutt’altro che irrilevanti variabili nel tempo, egli ha sempre attribuito all’agente Demenego (o Rotta) comportamenti tali da rendere giustificabili – ai suoi occhi – le sue reazioni, seppure con contenuti e modalità inverosimili e incompatibili che lo rendono poco attendibile, pur avendo su altri aspetti ricordi precisi e perfino puntuali”.

Le sue affermazioni, “al di là degli aspetti psicopatologici e di alcune variazioni nei particolari, sono ovviamente suscettibili di critica e sono pienamente giudicabili e, a parere del collegio, nei punti cruciali hanno una coerenza sufficiente per entrare nel dibattimento ed essere ascoltate, criticate, discusse e giudicate”.





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