L’ex arbitro Rocchi si laurea con il massimo dei voti: la storia

L’ex arbitro ha raggiunto un altro grande obiettivo personale: “Non pensavo di emozionarmi così”. La tesi? Su un argomento che conosce molto bene…

Dal nostro inviato  Edoardo Lusena

La voce arriva dal computer: “La commissione, considerato il curriculum e valutati il lavoro di tesi e la discussione finale ha approvato il suo esame di laurea con voti 110 su 110. Se fossimo in presenza ci alzeremmo in piedi, invece rimaniamo seduti, ma la commissione all’unanimità le riconosce anche la lode. Quindi 110 e lode”. E menomale che nessuno ha fatto il gesto del monitor suggerendo una review perché il neodottore Gianluca Rocchi di emozioni ne aveva appena vissute già a sufficienza. “Che bellezza, non pensavo di emozionarmi così” dice mentre i suoi due figli, Samuele e Federico, insieme alla mamma più contenta di lui, gli sistemano l’immancabile corona d’alloro sulla testa. Con la laurea in legge, uno dei più importanti tra i fischietti italiani ha raggiunto un altro grande obiettivo personale e la pandemia ha voluto che lo centrasse in un ambiente familiare: l’ufficio della sua casa di Soffiano – riva sinistra dell’Arno, appena fuori dal centro di Firenze – che raccoglie come in un museo i ricordi delle centinaia di partite arbitrate sui campi di mezzo mondo.

Dottor Var

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La tesi in Diritto sportivo ha per titolo: “Var-L’appello in campo” e mette in parallelo la tecnologia del calcio, con il giudizio di appello ordinario: “Non è stato semplice: ci ho messo 7 anni rubando momenti per lo studio ovunque: quando viaggiavo per le trasferte, dopo aver messo a letto i ragazzi. Ho sempre letto molto, di tutto, ma nel 2013 due amici, Duccio e Paolo, mi hanno fatto conoscere l’università telematica cui mi sono iscritto, la UniCusano e ho pensato che potesse essere una buona idea. Anche perché con la vita che facevo fino a pochi mesi fa, frequentare un Ateneo classico sarebbe stato impossibile”. E così l’inflessibile Rocchi del campo lascia spazio al Gianluca secchione: “Sicuramente più di quando studiavo da geometra, perché ora di studiare l’ho scelto io” – e si appassiona a materie come la procedura penale o addirittura il diritto romano: “Ci pensa che usiamo con profitto leggi pensate oltre 2000 anni fa?”. E l’idea di infilare il Var in una tesi in Legge? “È nata quasi per caso da una chiacchierata informale più di un anno fa in Figc con il presidente federale, Gabriele Gravina, e il suo consigliere giuridico, l’avvocato Giancarlo Viglione parlando della mia idea di rappresentare il Var come una sorta di riesame immediato”.

Un appello

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Come un processo d’appello, con dei distinguo: “Non dimentichiamo intanto che, nel calcio si parla di una decisione in campo ludico, per quanto importante, mentre nel penale si decide della vita delle persone. Le differenze sono sostanziali: intanto nel Var c’è un suggerimento ma la figura giudicante rimane la stessa della prima decisione mentre nel processo d’appello è una figura giuridica del tutto diversa. Poi – come evidenziato anche dal confronto che ho avuto con l’ex presidente del tribunale di Firenze Enrico Ognibene – per noi c’è un fattore di soggettività decisivo, mentre nel processo penale di appello si fa riferimento a prove oggettive. Ecco, il punto di contatto maggiore è nel fuorigioco, quello è oggettivo e l’ultima parola la dà non chi è in campo in base a fattori oggettivi”. Immancabile la domanda sulla svolta Aia con Trentalange alla guida: “Gli auguro il meglio: è persona di valore e ho apprezzato il ringraziamento fatto a Nicchi cui non riconoscere il contributo dato in 12 anni sarebbe disonesto, la base ha espresso il bisogno di una svolta”.


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