Champions, Pirlo e la coppa: due trionfi e tanti applausi

L’allenatore bianconero ha vinto due volte la massima competizione europea con la maglia del Milan e una volta arrivò in finale anche con la Juve

La prima volta e l’ultima si trovò sempre di fronte alle spagnole. La storia tra Andrea Pirlo e la Champions League (preliminari esclusi) iniziò il 16 settembre 1998, quando il centrocampista aveva 19 anni e indossava la maglia dell’Inter. Entrò al 27’ del secondo tempo al posto di Ronaldo (il Fenomeno, non Cristiano) e non potè far nulla per evitare la sconfitta per 2-0 col Real Madrid. Fu una serata amara anche il 6 giugno di 17 anni dopo, quando il Maestro chiuse la sua avventura in bianconero in lacrime, mentre osservava malinconico la festa del Barcellona di Leo Messi dopo il 3-1 nella finale di Berlino. La prima volta e l’ultima non furono serate da ricordare, in mezzo però ce ne sono state tante altre in grado di regalare a Pirlo emozioni che non dimenticherà mai. Due Champions sbaciucchiate con il Milan, 108 presenze condite da 8 gol che fanno di lui uno degli appartenenti al leggendario club dei 100 della competizione più ambita e più affascinante.

Manchester e Atene

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La Champions gli fece addirittura pensare di lasciare il calcio, come raccontò dopo la finale persa a Istanbul nel 2005 contro il Liverpool (dal 3-0 del primo tempo al 3-3 finale con sconfitta ai rigori). E’ stata la più grande delusione della sua carriera e quell’errore dal dischetto sarà a lungo un fantasma che agiterà le sue notti: rincorsa dritta, tiro né angolato né violento respinto da Dudek. Andrea non poteva immaginare che due stagioni più tardi si sarebbe preso la rivincita, e con gli interessi. Il 23 maggio 2007 il Milan tornò sul tetto d’Europa battendo i Reds e tutto ebbe inizio da una punizione del Maestro: Andrea calciò cercando il palo del portiere ma trovò la spalla di Filippo Inzaghi, che era sulla traiettoria e deviò il pallone in rete, spiazzando Reina. La finale di Atene Pirlo la vinse da protagonista, al contrario di quella di Manchester nel 2003, quando contro la Juventus Ancelotti lo sostituì al 26’ della ripresa e lui guardò dalla panchina i suoi compagni tirare i rigori che lo fecero diventare campione d’Europa. Però la prima volta è sempre la più bella e Pirlo metterà quella partita in cima alla lista delle sue gioie pallonare. Come la prima rete arrivata nel 2004, una magia su punizione nel pirotecnico 4-1 di San Siro contro il Deportivo La Coruña: il ritorno sarebbe dovuto essere una scampagnata, invece si trasformò in una delle sconfitte più cocenti (e sorprendenti) per i rossoneri. Nell’ultima stagione da milanista (2010-11) vinse lo scudetto con Allegri in panchina ma fu spettatore impotente nella gara di ritorno degli ottavi contro il Tottenham (infortunato).

Le lacrime di Berlino

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Tre anni dopo Max lo raggiunse alla Juventus e insieme si guadagnarono la finale col Barcellona. Fu l’ultima partita di Pirlo nel calcio europeo, l’ultima recita di uno dei più grandi registi della storia, che in quell’occasione non riuscì a trattenere le lacrime. Pirlo
è stato amato anche dagli avversari come tutti i giocatori con un talento fuori dal comune, come dimostra la standing ovation del Bernabeu nel 2013, un tributo riservato solo a chi sa incantare con i piedi: il 23 ottobre Antonio Conte lo sostituì al 14’ del secondo tempo di Real-Juventus e tutto lo stadio si alzò in piedi per applaudire il Maestro. Con i bianconeri segnò un solo gol, ma preziosissimo, nella vittoria per 3-2 con l’Olympiacos nell’anno della finale di Berlino. Su punizione, la griffe di un campione che sa bene come si vince la Champions League.


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