Derby di Milano: da Prisco a Abatantuono, l’ironia

Il derby a Milano era anche il nome del locale di cabaret vicino a San Siro, in cui si è formata buona parte della comicità italiana: che connessione tra calcio e spettacolo

Sebastiano Vernazza

C’è stato un tempo in cui a Milano il derby non era soltanto Inter-Milan, una partita di calcio, ma un locale di spettacolo, con la D maiuscola, il Derby Club. Era stato aperto dagli zii di Diego Abatantuono in via Monte Rosa 84, a due chilometri a piedi dallo stadio di San Siro. Nella sua età dell’oro il Derby, inaugurato nel 1959 e chiuso nel 1985, fungeva da trampolino per attori, comici, artisti vari. Lì si sono formati Abatantuono stesso, Cochi e Renato, Massimo Boldi, Teo Teocoli, Giorgio Falletti, Paolo Rossi – il comedian, non il centravanti -, Claudio Bisio e tanti altri. Lì cantavano Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci, e lì Beppe Viola forgiava la sua scrittura stralunata e geniale. Un tempio dell’ironia, con riflessi calcistici. Bastava un attimo per passare dal derby al Derby e stemperare i livori sportivi, una camera di decompressione creativa. Deve essere per questo che a Milano il derby, con la d minuscola, è per lo più vissuto sul filo dello scherzo e della presa in giro intelligente. Qualche eccesso si registra, è inevitabile, ma la città non è divisa da odi tribali e la passione si vive alla milanese, in maniera misurata.

L’avvocato di Milano

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L’avvocato Giuseppe Prisco, per gli amici Peppino, è stato la risposta milanese all’Avvocato con la A maiuscola, il signore degli Agnelli a Torino. Prisco, per anni vicepresidente e coscienza (a)critica dell’Inter, era un fuoriclasse dell’ironia. La praticava nel quotidiano, minuto per minuto. Gli dobbiamo centinaia di battute. Il Milan era uno dei bersagli preferiti. “A Milano ci sono soltanto due squadre, l’Inter e la Primavera dell’Inter”, stabilì un giorno. E poi: “L’Inter venne fondata attraverso una scissione del Milan, la dimostrazione di come si possa fare qualcosa d’importante cominciando dal nulla”. E ancora: “Il Milan è andato in Serie B due volte, la prima a pagamento (la retrocessione a tavolino per il calcioscommesse, ndr) e la seconda gratis, sul campo (due stagioni dopo, ndr)”. Prisco detestava il Milan, ma non quanto la Juve, e sotto sotto gli voleva il minimo di bene che si prova per il parente insopportabile: “Prima di morire, farò la tessera del Milan, così loro perderanno un sostenitore”.

Lo scherzo di Silvio

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Prisco, ex tenente degli alpini, aveva fatto la tragica campagna di Russia, voluta da Mussolini, ed era un liberale in ottimi rapporti con Silvio Berlusconi, li univa l’opposizione al comunismo. Il 14 gennaio 1999, alla fine di un Inter-Milan 2-2, Berlusconi con uno stratagemma lo introdusse nello spogliatoio rossonero, dove venne accolto con simpatia. Il presidente del Milan raccontò: “Prisco è stato gentilissimo, ma mi ha detto: ‘Devo scappare da qui, devo andare a confessarmi’”.

Il grembiule di Diego

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Diego Abatantuono, il nipote dei fondatori del Derby inteso come cabaret, è un grande tifoso milanista: “Lo sono dalla nascita – ha raccontato – e da piccolo vivevo nello stesso palazzo di Gianni Rivera, in piazza Velasquez, io al secondo piano e lui al settimo”. Cromosomi rossoneri, sublimati in questa battuta: “Quando ci andavo io, alle elementari mettevamo il grembiule azzurro e il fiocco nero: per me è stato un trauma, non a caso io e la scuola…”. Abatantuono resterà per sempre il Donato capo-tifoso milanese in “Eccezzziunale… veramente”, film cult di Carlo Vanzina sul calcio. Ecco un estratto del suo monologo: “Allora, oggi vi leggerò quacche brano tratto da “i’ Vangelo secondo Me”. (…) Dalle nubi squarciat’ come da due potenti mani spunta il crapino di Dio – un bell’uomo, sui quarant’anni – che punta il suo indice tremendo su i’ ccampo di San Siro e dice: “Gianni Rivera, ciapp’ questo pallone, un Tango, e vai in giro per il mondo a insegnare il giuoco del calcio!”.

La maglia di Ciriaco

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Se parliamo di cinema, la risposta interista ad Abatantuono arriva da Aldo, Giovanni e Giacomo. In “Tre uomini e una gamba”, il loro primo film, un grande successo, Giacomo, in ospedale, indossa la maglia numero 21 di Ciriaco Sforza, centrocampista svizzero dell’Inter 1996-97, non proprio un fuoriclasse. Giovanni, osservando Giacomo, dice: “Però, anche tu… Ti sembra il caso di dormire con la maglietta di Sforza?”. Aldo: “Eh, quella di Ronaldo era finita…”. È un momento di grande auto-ironia interista perché i “bauscia”, così sono chiamati a Milano gli interisti, sanno sorridere di sé.

I rigori di Bonolis

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Paolo Bonolis, presentatore Mediaset, è un interista fuori porta, un nerazzurro di Roma. Il suo interismo è caustico, abrasivo. Un paio di settimane fa ha fustigato il Milan: “Chiunque, con 14 rigori a favore, sarebbe primo in classifica”. Chissà come la piglierebbe se domani arrivasse il quindicesimo.

Il tennis di Boldi

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Massimo Boldi, attore, milanista. Ormai di culto la sua parte in “Fratelli d’Italia” del 1989, B-movie della comicità in cui impersona un impiegato milanese e milanista, costretto a fingersi romanista da due ultrà giallorossi. Prima del derby andata Boldi aveva punzecchiato così gli interisti: “Il mio derby preferito è quello dell’11 maggio 2001, Milan-Inter 6-0, con doppiette di Comandini e Shevchenko. Un interista tentò di invadere il campo per porre fine allo scempio”. In effetti: 6-0, un set, calcio-tennis.

Il derbycidio

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Chiudiamo come abbiamo cominciato, con un “figlio” del Derby, il locale. Beppe Viola, giornalista Rai, libero pensatore, nel marzo del ‘77 venne inviato a San Siro dalla “Domenica sportiva” per coprire il derby. Ne uscì un orribile 0-0. Viola lo definì un “derbycidio” e mandò in onda le immagini di un Inter-Milan di 14 anni prima, con un gol di Mazzola. Tito Stagno, responsabile della “Ds”, non la prese bene, ma Viola era Viola, un fuoriclasse dell’ironia, un perfetto interprete del derby di Milano, con la d minuscola e maiuscola, tanto più o meno è uguale


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