Matrimonio, cognomi e disparità di genere: cosa succede in Italia e Giappone

Cambio del cognome dopo il matrimonio, la situazione in Italia e Giappone

L’attribuzione del cognome nel sistema legislativo italiano è ancora una questione spinosa, tornata recentemente in auge: la Consulta ha aperto alla possibilità di attribuire ai figli di una coppia sposata il cognome materno, decretando l’attribuzione automatica di quello paterno un “retaggio patriarcale”. Allo stesso tempo, però, la donna sposata è obbligata ad acquisire il cognome del marito per legge. Nella stessa situazione si trova il Giappone, ma ora una nuova generazione di giovani uomini sta cercando di cambiare le cose.

Per il nostro ordinamento, nonostante la riforma del diritto di famiglia del 1975 che sancisce la parità di diritti e doveri tra coniugi, dopo il matrimonio è la moglie a dover aggiungere al proprio il cognome del marito. Anche se dal punto di vista amministrativo questa aggiunta non viene rilevata su nessun documento personale (patente, carta di identità, passaporto) e il nome registrato all’anagrafe non cambia, resta comunque una sottomissione della donna all’uomo.

La situazione è simile in Giappone, dove, dopo il matrimonio, è necessario che uno dei coniugi assuma il cognome dell’altro. In teoria, quindi, è possibile che sia il marito ad acquisire quello della moglie. In pratica, questo avviene solo nel 4% dei casi. 

Shu Matsuo Post: I took her name

In un paese che si è classificato al 121° posto su 153 nel Global Gender Gap Report 2020, “si dà per scontato che la donna perda la sua identità col matrimonio: perché?”, si chiede Shu Matsuo Post. 35 anni, uomo d’affari e femminista, Matsuo Post si batte per l’uguaglianza di genere in Giappone e per farlo ha aperto un sito internet e scritto un libro, nel quale parla della sua esperienza.

Dopo aver conosciuto la sua attuale moglie nel 2014, Tina Post, statunitense, i due hanno trascorso 3 anni costruendo un rapporto basato sulla parità di diritti e quando si sono sposati, nel 2017, nessuno dei due voleva rinunciare al proprio cognome. In realtà, per le coppie miste, cioè in cui un giapponese sposa un cittadino non nipponico, non vige l’obbligo di cambiare cognome. Ma i due hanno deciso, simbolicamente, di salvare entrambe le identità unendole, registrandosi prima lei negli Usa come Tina Matsuo Post, così che poi lui in Giappone potesse acquisire ufficialmente il cognome della moglie diventando Shu Matsuo Post.

Se per Tina questo cambio è costato solo 15 minuti, a Shu sono serviti otto mesi per completare tutte le pratiche, aggiornando il passaporto, la patente di guida, la carta di credito, l’account e-mail, il biglietto da visita e tutti gli altri oneri amministrativi.

“La maggior parte degli uomini non deve mai affrontare tutto questo” ha dichiarato Shu, rendendo esplicita una difficoltà che le donne giapponesi affrontano nel silenzio e a volte nell’indifferenza delle amministrazioni e del genere maschile. Silenzio che però Shu Matsuo Post, come altri giovani uomini, ha deciso di infrangere, raccontando ogni passo della sua esperienza nel libro I Took Her Name: Lessons From My Journey Into Vulnerability, Authenticity, and Feminism, pubblicato in Giappone con molto successo (e seguito) a fine 2020 e ordinabile anche in Italia tramite lo store Mondadori nell’unica versione disponibile inglese.



 




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