L’evoluzione del diritto d’autore ai tempi della pandemia


In uno scenario in cui la logica degli algoritmi e dei loro suggerimenti aumenta a dismisura il divario tra superstar e altri professionisti, bisogna distinguere tra servizi quali Netflix e Spotify e reti sociali come YouTube, Facebook e Instagram.

I primi si comportano più o meno come le televisioni, anche a pagamento, e le radio tradizionali: scelgono in anticipo i propri repertori, curandoli professionalmente e negoziando – con società di gestione collettiva tipo la nostra Siae e produttori discografici e audiovisivi – forme di compenso fondate essenzialmente sulla quantità e popolarità di un certo film, serie TV o album.

I secondi, invece, almeno all’inizio della loro storia, quindici anni fa, i contenuti, semplicemente, non li pagavano; un po’ come avveniva agli albori di Internet (e ancora accade) con il file-sharing. Per molti anni le reti sociali hanno beneficiato di un principio giuridico di neutralità tecnologica e limitazione della loro responsabilità – coniato dagli Stati Uniti nel 1998 e seguito dall’Europa nel 2000 – che ha permesso loro di crescere esponenzialmente senza doversi preoccupare, perlomeno in anticipo, di ciò che i propri utenti mettessero a disposizione del pubblico.

Ancora oggi si ritiene che questo privilegio sia alla base della grande differenza tra i compensi pagati agli artisti e all’industria musicale da servizi come Spotify, Apple Music e Deezer e quelli pagati da YouTube, che si stimano anche dieci volte più bassi.

Il ruolo centrale dei dati


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