Myanmar, elezioni Laos, Usa-Asean, vaccino, rimpasto Taiwan. Pillole asiatiche

Si allargano le proteste, si allarga la repressione. Il Myanmar rischia un ritorno al passato mentre l’esercito prova ad arginare la sollevazione popolare contro il golpe militare dello scorso 1° febbraio. Dai cannoni d’acqua si è passati ai proiettili, Internet è quasi completamente bloccato e, come accadeva tre decenni fa, bande criminali vengono utilizzate per scoraggiare il dissenso e giustificare la stretta sull’ordine pubblico. Si moltiplicano gli arresti anche nella società civile, ma soprattutto le generazioni più giovani non sembrano intenzionate a fermarsi. 

Durante il fine settimana ci sono stati i primi morti a Mandalay, con le forze militari che hanno utilizzato armi da fuoco per reprimere le proteste. E la polizia ha rifiutato di aprire le indagini sulla dinamica.

Nonostante questo, decine di migliaia di persone sono uscite in strada nelle principali città contro la giunta militare anche nella giornata di lunedì. Il timore è che la repressione possa farsi ancora più violenta. La giunta militare ha avvertito che “la via dello scontro” significherà la morte per molti.

Aung San Suu Kyi rischia intanto di rimanere in carcere a tempo indefinito senza processo, dopo che è stata accusata di avere “violato la legge sulla gestione dei disastri naturali“. 

Facebook ha chiuso la pagina dell’esercito birmano (conosciuto col nome ufficiale di Tatmadaw) per aver violato le regole della piattaforma, che proibiscono l’incitamento alla violenza.

Nel mirino delle proteste c’è finita anche la Cina. Il governo cinese ha smentito le voci secondo le quali stia aiutando il Tatmadaw dal punto di vista operativo (l’arrivo di cinque cargo con derrate alimentari dallo Yunnan ha diffuso sospetti sul possibile invio di rinforzi militari) e dal punto di vista informatico, in particolare sulla costruzione di un “great firewall” per bloccare Internet. Pechino se l’è presa con la “disinformazione” occidentale e l’ambasciatore del Dragone in Myanmar ha detto che il golpe “non è quanto la Cina vorrebbe vedere”.

Ma in Myanmar non tutti si fidano del Dragone. Nei giorni scorsi ci sono state diverse manifestazioni davanti all’ambasciata cinese. Come già raccontato nelle ultime pillole asiatiche, il Myanmar è fondamentale all’interno del progetto della Belt and Road Initiative di Xi Jinping. Il porto di Kyaukpyu garantisce, attraverso il corridoio economico bilaterale, l’accesso al Golfo del Bengala e dunque all’Oceano Indiano aggirando lo stretto di Malacca. Il governo cinese aveva ottimi rapporti con Suu Kyi, ma il suo principale interesse è la stabilità. A prescindere da chi ci sia alla guida

Mentre i rohingya sperano nel ritorno di Suu Kyi, i militari lavorano sulle altre minoranze etniche.

Del tema Myanmar ho discusso con Enrico Letta, presidente Associazione Italia ASEAN, e Piero Fassino, presidente della Commissione esteri della Camera e già inviato Ue in Birmania tra 2007 e 2011, in questo online talk.

 

SFIDA CINA/USA SUI PAESI ASEAN E QUAD

Giacarta, dopo i risultati delle elezioni Usa di novembre 2020

Ricostruzione. E’ quello che dovrà fare Joe Biden nel Sud-est asiatico, regione fondamentale per gli equilibri geopolitici futuri. Regione trascurata troppo a lungo da un’amministrazione Trump che ha applicato l’approccio dell’America First e del “non farsi fregare” anche laddove avrebbe dovuto “perderci” qualcosa per garantire la tenuta di un sistema di alleanze (o meglio partnership) fondamentale nella strategia di rivalità strategica con la Cina. E’ qui che si gioca molto della competizione tra Washington e Pechino. Secondo Cnbc, se costretto a scegliere il Sud-est starebbe con la potenza più lontana, dunque gli Usa. Ma la situazione è fluida e la presa americana sulla regione non più salda come in passato.

Il primo test arriva dal Myanmar. La sfida di Biden (che ha annunciato le prime sanzioni) è quella di coinvolgere nella condanna del golpe anche i vicini asiatici, India e Giappone compresi, che oppongono resistenze per i numerosi interessi commerciali e geopolitici detenuti in Myanmar. Appare più sensibile l’Indonesia, che sta insistendo in sede Asean per prendere una posizione più netta a difesa della transizione democratica bruscamente interrotta. Proprio sulla situazione birmana si è non a caso concentrato il colloquio tra il segretario di Stato Usa Antony Blinken e il ministro degli Esteri indonesiano Retno Marsudi. Allo stesso tempo, Giacarta non può recidere i rapporti con Pechino, che a livello commerciale sono sempre più rilevanti. Basti guardare agli investimenti diretti stranieri in Indonesia del 2020: quelli cinesi sono aumentati (insieme a quelli sudcoreani), mentre quelli giapponesi sono crollati.

Altri due dossier delicatissimi, che tirano in ballo direttamente la Cina, sono appunto mar Cinese meridionale e delta del Mekong. La nuova legge sulla guardia costiera approvata da Xi Jinping, che consente una militarizzazione delle imbarcazioni cinesi, preoccupa le capitali dell’area, a partire da Hanoi, Manila e Giacarta. Anche per questo la Casa Bianca cercherà anche di restaurare la storica alleanza con le Filippine dopo che l’imprevedibile Rodrigo Duterte ha messo a repentaglio il Visiting forces agreement, che garantisce la presenza delle truppe americane nel Paese e l’attuazione del trattato di mutua difesa. Il presidente filippino, avvicinatosi a Pechino negli ultimi anni, ha più volte manifestato l’intenzione di porre fine all’accordo, finendo poi per rinviare la decisione più volte in attesa delle elezioni americane e dell’arrivo di Biden. 

A preoccupare Manila e probabilmente convincerla della necessità di mantenere l’accordo con Washington c’è anche la nuova legge sulla guardia costiera cinese, anche se Pechino prova a rassicurare i vicini.

Il Vietnam sarà invece il fulcro della politica americana nella cosiddetta Indocina. Il progressivo avvicinamento di Cambogia e Laos a Pechino rendono Hanoi più fondamentale che mai. Il Partito comunista locale, che come abbiamo raccontato nelle scorse settimane ha appena tenuto il suo 13esimo congresso, ha stretto importanti accordi internazionali negli ultimi anni, come i trattati di libero scambio con Unione europea e Regno Unito, mettendo tra l’altro il cappello all’accordo sulla Regional Comprehensive Partnership arrivato a novembre 2020. Le mancate sanzioni del Tesoro americano nonostante le accuse di manipolazione valutaria fanno capire che Washington punta molto sul ruolo regionale di Hanoi. 

Dopo il 13esimo congresso del Partito comunista vietnamita del mese scorso (ne ho parlato per esempio qui) Xi Jinping ha avuto un colloquio telefonico con il segretario generale Trong (rimasto al suo posto per un terzo inusuale mandato) e si è discusso di “differenze da appianare” sulle dispute territoriali.

Restando a quella zona, la Cambogia ha annullato le esercitazioni militari Golden Dragon in programma con la Cina ma appare difficile recidere il legame tra Hun Sen (primo leader a visitare Pechino subito dopo l’esplosione della pandemia da coronavirus a Wuhan) e Xi. Anche perché nel frattempo pare intenzionata a costruire una sorta di versione autoctona della Great Firewall cinese.

Qualche tensione potrebbe nascere sul tema dei diritti umani. Oltre al golpe in Myanmar, diversi Paesi dell’area stanno reprimendo il dissenso e l’attivismo nato soprattutto sulla rete con mezzi anche duri, dalla violenza fisica al blocco dell’accesso a internet. Thailandia, Cambogia, Laos e anche Vietnam sono sotto osservazione da questo punto di vista. Il lavoro da fare, per Biden, è tanto. La “moral suasion” passa anche (o soprattutto) il lavoro in sede ASEAN. Una cosa è certa, il Sud-est asiatico non verrà ignorato. 

Restando ai rapporti Usa-Asia, l’amministrazione Biden si vuole concentrare anche sulle potenze medie. A partire dall’ambito Quad, sulla quale ha subito mostrato di insistere con un primo summit in videoconferenza. 

 

ELEZIONI IN LAOS

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Domenica 21 febbraio il Laos si è recato alle urne. Il Comitato elettorale nazionale ha indicato i numeri dei candidati iscritti nelle liste ufficiali: 224 (tra cui 49 donne) per i 164 seggi disponibili dell’Assemblea nazionale. I membri di quella che sarà la nona legislatura del Laos sono aumentati rispetto al 2016, quando erano 149. A ogni nuova elezione c’è un incremento dei rappresentanti, con lo scopo di rispecchiare al meglio, perlomeno quantitativamente, la popolazione che cresce nel paese. Insieme ai seggi dell’Assemblea verrà decisa anche la composizione dei consigli popolari provinciali, dove verranno eletti 492 membri dei 789 candidati ufficiali, in cui si contano anche 227 donne.  

Ma l’appuntamento più rilevante (dove si sono prese le decisioni che contano) è in realtà quello andato in scena il mese scorso, dal 13 al 15 gennaio, con l’11esimo congresso del Lao People’s Revolutionary Party in cui si sono riuniti 768 delegati in rappresentanza dei 348 mila e 680 iscritti al partito (meno del 5% degli abitanti del paese). I delegati hanno designato i 71 membri del comitato centrale che, a loro volta, hanno scelto il nuovo segretario generale e i membri del politburo.

Il presidente Bounnhang Vorachith si è ritirato e gli è succeduto, come leader del LPRP, l’attuale primo ministro Thongloun Sisoulith che con molta probabilità diventerà anche il nuovo capo di Stato. Una staffetta prevedibile che non preannuncia cambiamenti di rotta a livello governativo. Tanto più se come nuovo capo del governo dovesse essere indicato, come sembra, Phankham Viphavanh, che al momento è vicepresidente e segretario esecutivo del partito. Le nuove cariche verranno ufficializzate dopo i risultati delle elezioni di domenica.

A creare qualche preoccupazione al regime politico laotiano c’è anche l’espandersi delle proteste nei paesi limitrofi a partire da Thailandia e Myanmar. Negli scorsi mesi c’era chi aveva parlato del possibile attecchimento della cosiddetta Milk Tea Alliance anche a Vientiane. E secondo il South China Morning Post il partito teme un “effetto domino“. Non sarà semplice che questo accada.

Il Laos da tempo sta cercando di mantenere un equilibrio tra il vicino gigante (Cina) e il vicino medio in ascesa (Vietnam). Entro fine anno dovrebbe entrare intanto in funzione la linea ferroviaria Vientiane-Boten, che rientra tra i progetti locali in ambito Belt and Road.

(di Luca Sebastiani)

 

CINA: DIPLOMAZIA DEL VACCINO

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La Cina incentiva la sua diplomazia del vaccino all’estero. Oltre 43 milioni di dosi prodotte dalla China National Pharmaceutical Group (Sinopharm) sono state somministrate a livello globale, di cui oltre 34 milioni in Cina e il resto all’estero. 

La distribuzione del vaccino cinese sta attecchendo soprattutto nei paesi del sud del mondo. In particolare in Africa (uno dei terreni della competizione per la leadership digitale), dove per esempio lo Zimbabwe riceverà 800 mila dosi. Ma la diplomazia del vaccino arriva anche in Medio Oriente, dove la Cina ha donato 250 mila dosi del vaccino Sinopharm all’Iran, e in Europa, con Xi che ha spinto sull’argomento durante il recente summit 17+1.

E’ chiaro che questo si potrebbe tradurre in un aumento di soft power per il Dragone, che da sempre mira a mettersi alla guida dei paesi in via di sviluppo. Anche perché colma un vuoto lasciato da Europa e Stati Uniti. Di contro, però, episodi come quello della diretta tv per il Capodanno cinese rischiano di creare non pochi problemi nelle relazioni con gli stati africani e accuse di razzismo.

Sul fronte interno, però, le somministrazioni non stanno ancora procedendo su ritmi sostenuti.

Con il centenario del Partito comunista a luglio, si avvicina il cruciale appuntamento politico delle “due sessioni”, cruciali per la visione futura di Xi visto che si sta iniziando a implementare il nuovo piano quinquennale. Tra i punti del piano anche la strategia di sviluppo rurale, per il quale è stata appena aperta una nuova agenzia.

Si va verso un innalzamento delle esportazioni di terre rare in quello che viene percepito come un segnale di buona volontà verso gli Stati Uniti.

Prosegue la mai interrotta campagna anticorruzione di Xi: a farne le spese questa volta è l’ex capo della polizia di Shanghai.

In Mongolia interna (tema su cui si consiglia la lettura di questo pezzo di Vittoria Mazzieri) è passata una regolamentazione che promuove unità etnica.  

Da leggere anche l’Economist sull’utilizzo della parola “genocidio” in riferimento alla repressione degli uiguri in Xinjiang.

Mentre su internet si è sfiorato il miliardo di utenti nel 2020, emergono nuovi dettagli sullo stop all’ipo di Ant e si alza la Great Firewall anche sui prodotti cinematografici in arrivo da Hollywood.

 

Taiwan

Rimpasto a Taipei. Chiu Kuo-cheng, ex capo dei servizi di intelligence taiwanesi, è stato nominato nuovo ministro della Difesa. L’uscente Yen andrà al Consiglio di sicurezza nazionale, organo incaricato di assistere la presidenza nelle principali questioni attinenti la sicurezza dell’isola. Il nuovo ministro degli Affari per la Cina continentale andrà invece all’ex ministro della Giustizia Chiu Tai-san.

Poco dopo l’annuncio nove aerei militari della Repubblica popolare cinese sono entrati nella zona d’identificazione della difesa aerea di Taipei. Intorno a Taiwan si gioca molto del futuro di Pechino, che secondo l’Economist studia le reali intenzioni di Washington sul tema della difesa di Formosa. Qui un’analisi dei rapporti tra Usa e Taiwan nel 2021.

Washington ha intanto pressato Taipei sulla questione dei semiconduttori, capitolo cruciale di una relazione che non è solo ideologica ma anche molto pratica. L’economia taiwanese è spinta molto dall’industria dei semiconduttori, settore in cui è leader mondiale. In tal senso significativo investimento all’estero di GlobalWarfers, che si è assicurata il controllo della tedesca Siltronic.

Il Guomindang, principale partito di opposizione, cerca il rebranding per il rilancio, in vista della scelta per il prossimo leader che arriverà a luglio. Qui la rosa dei possibili candidati.

 

Penisola coreana

Il leader nordcoreano Kim Jong-un (il cui nuovo titolo è traducibile con “presidente“), che si è fatto vedere in pubblico con la moglie Ri Sol-ju (riapparsa dopo circa un anno) ha apertamente accusato il suo governo di incompetenza di fronte ai crescenti problemi economici del ‘regno eremita’, in dichiarazioni riportate dai media statali durante l’ultima sessione plenaria del Comitato centrale del Partito dei Lavoratori. 

La Bbc ha rivelato che dopo il vertice di Hanoi del 2019, Donald Trump offrì al leader nordcoreano Kim Jong-Il di tornare a casa a bordo dell’Air Force One. Kim rifiutò ma se avesse accettato e fosse salito a bordo dell’aereo, probabilmente insieme a qualcuno del suo entourage, avrebbe creato non pochi problemi di sicurezza perchè l’aereo presidenziale statunitense sarebbe stato costretto a entrare nello spazio aereo nordcoreano. 

L’amministrazione Biden prova da subito a rilanciare il dialogo con i due principali partner dell’Estremo Oriente, Giappone e Corea del sud. Tokyo e Seul sono impegnate da tempo in una contesa commerciale e diplomatica molto dura, su cui Trump non è mai voluto intervenire. Blinken sta provando a far ripartire il rapporto trilaterale, a partire del tema di Pyongyang. Dossier sul quale comunque sarà molto complicato non coinvolgere la Cina, i cui rapporti con Seul restano positivi nonostante qualche tensione virtuale.

 

Giappone

Il prodotto interno lordo giapponese è crollato del 4,8% nel 2020 a causa della pandemia subendo la prima contrazione annuale dal 2009, ma le prospettive di crescita sono positive per il 2021.

Tensioni tra Giappone e Cina. Negli scorsi giorni due navi della Guardia costiera cinese hanno varcato le acque territoriali del Giappone al largo delle isole Senkaku, l’atollo del Mar Cinese Orientale controllato dal Giappone e rivendicato dalla Cina. Tokyo ha reagito all’intrusione veicolando una protesta formale tramite i canali diplomatici ufficiali.

Il governo nipponico sembra intenzionato a voler replicare a livello regolamentare alla nuova legge sulla guardia costiera cinese, nonché a sviluppare un Relations Act autonomo con Taiwan.

Almeno 12 grandi aziende e società giapponesi rescinderanno accordi con controparti cinesi, sulla base di una nuova politica tesa a disincentivare l’impiego del lavoro forzato ai danni della minoranza uigura nella regione cinese dello Xinjiang.

Narendra Modi ha conferito ad Abe Shinzo il “Padma Vibhusan“, la seconda più alta onorificenza civile indiana.

 

Asia meridionale

Il vaccino indiano Serum, già diffuso per esempio in Myanmar, ha ottenuto l’approvazione dell’Organizzazione mondiale della sanità. Nuova Delhi si inserisce dunque a pieno titolo nella corsa della diplomazia del vaccino, così come quella sugli investimenti all’estero.

Le unità delle forze armate cinesi e indiane dislocate sulle sponde settentrionali e meridionali del lago di Pangong, sul confine conteso tra i due paesi, lungo la linea di controllo effettiva (Lac), hanno iniziato simultaneamente il disimpegno. Pechino ha ammesso la morte di quattro soldati dell’Esercito popolare di liberazione durante gli scontri dello scorso giugno.

Le tensioni con la Cina, già da lungo tempo, sono arrivate anche sul lato commerciale. L’India sta stoppando gli investimenti in arrivo da Pechino e pare che il controllo si estenderà ulteriormente nelle prossime settimane. E a Nuova Delhi si moltiplicano gli inviti a giocare la “carta Taiwan“.

Le proteste di massa contro la riforma agraria stanno non solo preoccupando il governo Modi, ma potrebbero creare anche dei problemi nei rapporti con gli Usa.

 

Asia centrale

Il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov ha creato un nuovo incarico di governo, nominando suo figlio come vice dell’esecutivo in un decreto pubblicato sul quotidiano Neutralny Turkmenistan. Serdar Berdymukhammedov, 39 anni, considerato il probabile successore del padre, avrà il compito di modernizzare il sistema statale e migliorarne la governance, oltre ad essere responsabile dei servizi digitali del paese ricco di petrolio.

 

Pacifico

Polemiche al forum delle nazioni del Pacifico. Gli stati della Micronesia minacciano di uscre dall’organismo per un’alternanza non rispettata alla sua guida, con i melanesiani che hanno mantenuto il controllo.

In Nuova Caledonia il governo diventa pro indipendenza. Prossimamente si voterà per la terza volta il referendum.




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