Pd, Zingaretti dimissionario. L’ipotesi choc scuote anche il governo

La bomba politica arriva direttamente dall’interno del Pd. Più fonti qualificate raccontanto che il segretario potrebbe presentarsi dimissionario all’assemblea nazionale del partito in programma il 13 e il 14 marzo. Si tratta dell’epilogo del caos interno ai Dem, iniziato con la fine del governo Conte II, il fallimento del tentativo di ricostruire la vecchia maggioranza con Italia Viva, la nascita dell’esecutivo Draghi, la convivenza forzata con la Lega di Matteo Salvini.

Il primo nodo è stata la ribellione delle donne Dem, rimaste fuori dalla partita dei ministri e che verranno riconfermate solo in parte con l’infornata dei sottosegretari. Poi c’è il fronte degli amministratori sempre più rumoroso e in fermento – guidato dal presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini e dal sindaco di Firenze Dario Nardella – che contesta l’intera gestione Zingaretti e la (fragile) pace armata tra le varie correnti nazionali con un ministero per Dario Franceschini, uno per Base Riformista (Lorenzo Guerini) e uno per il potente vice-segretario Andrea Orlando.

Ma ormai anche Goffredo Bettini ha sdoganato l’ipotesi del congresso nel giro di qualche mese e la voce delle dimissioni del segretario-Governatore del Lazio già all’assemblea di metà marzo è davvero sempre più forte. A quel punto si aprirebbe il percorso, come da statuto, che porterebbe al congresso nazionale a giugno, preceduto dalle varie assise cittadine e provinciali.

E’ molto probabile, anzi praticamente certo, che in campo alle primarie scenderebbe Bonaccini come candidato di un fronte ampio di amministratori (oltre a Nardella avrebbe anche il sostegno di Giorgio Gori, Giuseppe Sala e Antonio Decaro) appoggiato probabilmente da big nazionali come il capogruppo alla Camera Graziano Delrio.

La sfida per la leadership del Pd, almeno quella finale, è sempre a due e quindi si dovrà capire chi potrà essere il candidato dell’area Zingaretti che sfiderà Bonaccini. Sarebbe potuto essere Orlando, ma è molto difficile visto il suo gravoso impegno al ministero del Lavoro. Anche Bettini sembra quasi impossibile, visto che viene considerato come una sorta di consigliere che lavora dietro le quinte e che non si espone mai in prima persona. Poi, ovviamente, bisognerà vedere come si posizioneranno i franceschiniani e gli ex renziani.

Insomma, una partita molto aperta che interessarà i prossimi mesi della politica e che potrebbe avere conseguenze sia sull’esecutivo Draghi sia sull’alleanza con M5S e LeU e sull’eventuale ruolo di federatore di Giuseppe Conte del nuovo Centrosinistra.




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