«Il primo a credere in me è stato Umberto Smaila Il rock? Ascolto la classica»- Corriere.it

Nel tempo, Carlo Verdone ha sdoganato la nostalgia. Proviamo ad ampliare i suoi ricordi, a riavvolgere il film della sua vita. «Senza ricordi non esistiamo», dice l’attore romano che ha compiuto 70 anni e da quaranta ci fa sorridere e riflettere. I ricordi li racconta nei suoi libri. L’ultimo è La carezza della memoria (edito da Bompiani) che nasce da uno scatolone dimenticato in un armadio pieno di foto e appunti e ritrovato durante il lockdown. «Dietro c’era un racconto, qualcosa da dire. Tanti episodi li avevo rimossi».

C’è una sua foto con Nuti e Troisi.

«La fece Alberto Sordi. Eravamo a un premio, siamo stati il terremoto della commedia, gli uomini nei nostri film sono fragili e non più rimorchiatori seriali, le donne da oggetto diventano forti. Mi spiace tanto che Francesco non stia bene e Massimo non ci sia più. Sono rimasto io, magari avremmo potuto lavorare insieme, mi sento orfano».

Ci sono ritratti femminili potenti nel libro.

«Una scelta casuale, non mi sono messo a dire: facciamo il ritratto di donne. Il loro è un pianeta interessantissimo. La terrorista incontrata in treno, la malata terminale… Sulla giovane prostituta acqua e sapone che incontrai da ragazzo, a cui mostrai Roma in Lambretta e in seguito ebbe due gemelli, si potrebbe trarre un film. De Laurentiis ha acquistato i diritti cinematografici del libro».

Chi è stato il primo a credere in lei, a parte Sergio Leone?

«Umberto Smaila. Era un ragazzo spiritoso che tirava su il morale a tutti, non sentiva invidie o gelosie. Fu il mio antidepressivo a Torino (all’epoca grigia e un po’ cadente), dove facevamo Non Stop, il programma Rai che mi lanciò. Poco dopo a Siena debuttai a teatro, Umberto era in sala e non lo sapevo. Mi disse: ho visto un grande attore. L’abbracciai. Avevo trent’anni».

I suoi film nascono dall’osservazione di quartiere.

«Ho fatto crescere la mia sensibilità sotto l’impulso di una famiglia che mi ha dato l’ironia e i precetti di vita. È importante frequentare la gente. Papà (lo storico del cinema Mario Verdone, ndr) mi portava sempre con lui in viaggio. Nella Praga comunista segnata dalla diffidenza mi presentò il drammaturgo Zdenek Digrin, sembrava uscito da un racconto di Cechov, una persona di una dignità, di una eleganza… Io amavo la fotografia e lui mi disse che è qualcosa di intimo, uno stupore che non va spiegato. Finì a fare il portiere di notte perché sgradito al regime. Quella sera c’erano tanti attori di teatro, era come stare sul set di La vita degli altri».

Lei ha lavorato col suo mito, De Niro.

«In Manuale d’amore 3, un’occasione sprecata. Fu una scena sciocca, avrei voluto ampliarla ma gli attori sono nelle mani dei loro agenti e quando comunicarono che si sarebbe triplicato il compenso De Laurentiis disse che non se ne faceva nulla».

Si arrabbia quando le danno dell’ipocondriaco, ma non l’ha alimentata lei questa «diceria» con le scene dei suoi film?

«Sì, ma in Maledetto il giorno che t’ho incontrato racconto la fragilità degli Anni 90, quando andava di moda lo psicoanalista, disagio tipico della società occidentale. Lo vedi un africano che va dallo sciamano? Ma quello deve trova’ il pane, l’acqua, e se è in crisi con la sua donna ne trova un’altra».

Da dove nasce la sua comicità?

«Da un misto di timidezza e euforia, quando l’inadeguatezza si trasforma in adrenalina, e ti vengono fuori una concentrazione e una forza pazzesche. Ho sofferto tanto di timidezza, ero convinto di non avere tutto questo talento, mi sentivo fuori posto, poi ho capito che funzionavo col pubblico. Ma la paura è rimasta, non è che comincio un lavoro e via. La notte prima non dormo».

I medici sono i protagonisti del suo nuovo film, Si vive una volta sola. Doveva uscire più di un anno fa…

«Abbiamo aspettato finché era possibile. Un miracolo che non s’è mai avverato. Eravamo convinti che prima o poi ce l’avremmo fatta. A maggio, a settembre… A Natale le cose sono peggiorate. È diventato complicato tenerlo bloccato, perché c’è il pericolo che il film invecchi. Finiremo su una piattaforma. Abbiamo sperato in tutti i modi ma non puoi tenerlo fermo per un anno».

Le sale diventeranno i cinema d’essai di una volta, una nicchia?

«Oggi sono il posto più sicuro del mondo, si entra in pochi, con la mascherina. Non vorrei che tutti si abituassero al divano. A casa ti squilla il telefono, il cane abbaia, c’è sempre qualcuno che parla. È un’interruzione continua. Il cinema è il tempio dell’immagine. La condizione dell’aggregazione e la condivisione sono fondamentali. Se anche Scorsese e Ridley Scott si sono messi a scrivere serie tv, anche loro pensano che non finirà presto, io stesso ho finito di scrivere la serie Vita da Carlo per Amazon: la mia vita vera al venti per cento e all’ottanta è romanzata. Ma la sala non morirà mai».

Il suo decennio migliore qual è stato?

«Dal 1990 al 2000 è stato fantastico. Un film più bello dell’altro, Maledetto il giorno che t’ho incontrato, Al lupo al lupo, Perdiamoci di vista, Viaggi di Nozze. Ora è stato finalmente rivalutato C’era un cinese in coma. Non posso più fare quei personaggi ma commedie ben scritte e interpretate».

Qual è un luogo che l’ha ispirata?

«Le bische. Erano luoghi tipici degli Anni 60 e 70, i flipper, i biliardi, erano un teatro dell’umanità, vi trovavi chiunque, il malandrino, quello che aveva soltanto il vizio del gioco… Io ero un borghese curioso di tutto. In quel minestrone riuscivi a selezionare l’apparato umano, è lì che mi sono allenato per i miei personaggi eccessivi. Oggi sono tutti uguali, vai in un locale fuori dal raccordo anulare tipo Las Vegas, vedi gente silenziosa e ti chiedi: ma chi sono questi? Tutti con il Rolex, vero o finto».

Ha un ricordo meno conosciuto di Alberto Sordi?

«Era una persona buona, quando entrava a casa era l’esatto contrario di come appariva, geloso del suo ordine maniacale e della sua privacy. Le serrande erano per tre quarti abbassate, diceva per non far prendere luce ai quadri ma era come il suo ponte levatoio alzato, a casa voleva sentire soltanto il silenzio. Alla proiezione di In viaggio con papà mi ero preparato ai tagli, invece si tagliò lui. Le cose belle bisogna lasciarle, mi disse».

A parte Roma e Siena che è la città di suo padre e del suo debutto teatrale, c’è un’altra città importante?

«Gorizia. Quando uscii da quella piccola stazione, mi trovai in un luogo dove tutto era sospeso, in un silenzio irreale, come per non offendere la memoria dei soldati morti nelle montagne di fronte».

Il nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi nei suoi primi discorsi ha citato la parola cultura.

«Abbiamo un leader serio, importante, che ha studiato veramente. I dissidenti dei 5 Stelle? Persone perbene e inadeguate, ma non voglio giudicare. A Conte non puoi dirgli nulla, anzi troppo aveva fatto, un avvocato e professore che non aveva mai fatto politica e deve gestire una situazione catastrofica…».

Il film della sua vita qual è?

«La dolce vita. Fellini non è solo un grande regista, è stato un grande psicologo delle fragilità, un controllore della temperatura che c’era in Italia. Si voltava pagina. E poi Fellini non ha mai rappresentato la cattiveria, semmai i perfidi li ridicolizzava. Cercava la poesia ovunque».

Lei ha incontrato il Papa.

«Gli ho mandato il libro con una dedica, ho impiegato un bel po’ a scriverla. Un uomo veramente notevole, sa ascoltare, nella sua semplicità e umiltà arriva a profondità spaventose. Sembra una brava persona incontrata al bar, piano piano eleva gli argomenti a livelli altissimi e resti come ipnotizzato».

Della sua passione per il rock sappiamo tutto. E la musica classica?

«È un conforto della maturità. Arrivi a un momento della vita in cui il rock ti ha dato molto e hai bisogno di pace, di intimità, di serenità. Se sei un vero amante della musica, scalino dopo scalino ti appare Mahler e la sua contemplazione del dolore. I miei genitori frequentavano musicisti, ricordo una sera a cena da noi Leonard Bernstein, a destra la sigaretta, a sinistra il whisky. E mia moglie Gianna lo imboccava, tenendo sospesa la forchetta mentre cercava di non sporcargli il foulard. Mio fratello Luca è un grande esperto di classica, ha una cultura mille volte superiore alla mia, siamo molto legati ma da piccolo gliene ho fatte di tutti i colori, quando aveva quattro mesi gli ficcai un pezzetto di pane in bocca tentando di soffocarlo, gli rovesciai la culla facendolo rotolare nel corridoio…».

Lei crede nei ricordi, ma questo è un Paese senza memoria.

«Il libro è l’esercizio di una persona che ridà vita a cose che sembrerebbero morte. Invece messe su carta stampata… Il passato è vita, l’unica certezza che abbiamo. Il presente è la pandemia, il futuro è nebuloso. L’unico conforto è nella nostalgia, che non è una resa. Il libro è come andare in una sala di proiezione del tempo e farti accarezzare l’anima».

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23 febbraio 2021 (modifica il 23 febbraio 2021 | 21:46)

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