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Igor Netto, il fuoriclasse «italiano» dell’Unione sovietica quasi dimenticato, leader insieme a Yashin- Corriere.it

Igor Netto il fuoriclasse italiano dellUnione sovietica quasi dimenticato leader


Lo si racconti in questo modo: se al posto che affermarsi in un calcio dimenticato- quello dell’Urss fra i ‘50 e i ‘60 -, fosse stato (certamente) un top player dei nostri anni-social, Igor’ Aleksandrovič Netto da Mosca (1930-1999) oggi sarebbe riconosciuto come profeta massimo del tiki taka. L’ideale interprete del passaggio ragionato; perno imprescindibile di qualsiasi squadra moderna che proponga manovre elaborate a partire dalla difesa. Le stesse che – siamo sinceri – divertono. Ma anche no. Invece questo mancino dal piede raffinato, dalla lettura di gioco avanti una pagina, non si impose in un calcio mediatico e sovraesposto come quello di oggi. Gioc – in modo sublime – oltre la Cortina di ferro. Fra spalti modernisti con spettatori in pastrani graduati; poche volte oltre i confini della Grande Madre Russia. Alto e biondo, baricentro largo e basso; collo lungo, fu soprannominato L’oca, ma proprio non lo era.

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Aveva sangue italiano Igor Netto. La sua famiglia, gi dalla fine del ‘700, era emigrata dalle Marche nella russia zarista, per partecipare alla modernizzazione di un impero che Caterina II (La Grande) volle plasmare sempre pi sul modello europeo. Cresciuto fra le strade di Mosca da bambino – sono gli anni ‘30 –, mentre Stalin con le sue purghe decapita la intelligencija (politica, militare e culturale) del paese, Igor sviluppa due passioni. In virt di un fisico elastico e reattivo: una per il calcio; una per l’hockey su ghiaccio. Sceglie il primo. Poco prima dei vent’anni i dirigenti dello Spartak Mosca – squadra del sindacato operaio – lo blindano per sempre. Il club non vince un campionato da due lustri. Con lui ci riuscir cinque volte (1952, ‘53, ‘56, ‘58, ‘62). In campo allo stadio Lenin (dal ‘56 casa dello Spartak) si impone, prima in mediana arretrata – diremmo oggi: alla Pirlo-; poi avanzato a mezzala (dove diventa rifinitore preciso e mobile). Infine col passare degli anni, di nuovo arretrato: come libero alla Franco Baresi (partecipazione alla costruzione e verticalizzazioni). In campo comanda lui. E c’ un’altra chiamata che lo incorona. Quella griffata Cccp (acronimo cirillico di Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) della Nazionale. A coprirgli le spalle, con la maglia rosso-soviet, ci sar sempre lui: Lev Yashin (1929-1990), forse il pi grande portiere della storia del calcio.

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Alla prima internazionale Netto brilla: corre, striglia, dispone, detta ritmi. Olimpiadi di Helsinki: la giovane Urss fortissima, ma s’inchina alla Jugoslavia (poi 2) ai rigori. Due anni dopo Igor ne diventa capitano. Ai Cinque Cerchi di Melbourne nel 1956 l’Urss abbatte ogni avversario (compresa la nemica Jugoslavia; 1-0 in finale). L gioca da regista arretrato, impone una maglia di passaggi, odia il lancio lungo a scavalcare la mediana. Apostrofa un compagno che ne azzarda uno: Passa il pallone a un compagno, non al pubblico!, gli urla. Ha un carattere duro. Da vero leader falce e martello: al rientro – via nave da Melbourne con la medaglia d’oro al collo – Vladivostok in festa per i suoi eroi; la Nazionale prende la Transiberiana. Ad ogni citt feste, autografi e vodka a taniche. Lui partecipa e abbozza. Finge: gi da giorni sa che il padre morto. Tace: non ha voglia di rovinare la festa ai compagni. Quell’uomo raffinato ne ha gi subite. Dal ‘48 il fratello maggiore, accusato di spionaggio, si fatto sei anni in Siberia. Igor stato obbligato a ignorarne l’esistenza.

1958, un infortunio al ginocchio lo costringe a una sola gara del Mondiale svedese: quella giusta. Gioca (e perde) affrontando Pel e quell’immenso Brasile (2-0). Due anni dopo per quell’Urss una macchina perfetta e s’impone nel primo Europeo. Per talento, maturit ed equilibrio. Avversario in finale? La Jugoslavia, battuta 2-1 ai supplementari. Igor Netto alza la coppa, maglia numero 6 sulla schiena e fascia al braccio. Quattro anni dopo ai Mondiali del Cile, sull’1-1, l’Uruguay preme e l’Urss va in contropiede. Cislenko tira fuori, la palla entra da dietro: la porta bucata e l’arbitro non ha visto. Igor – occhi a fessura – gli si avvicina e spiega che la palla non entrata. Poi chiama i suoi a raccolta (mancano 20’): Questa la vinciamo lo stesso. I sovietici la spuntano e la sua classe (di uomo) diventa leggenda. Lo vuole il Real Madrid; il regime – manco a dirlo – blocca tutto. E Netto resta in patria: arretra e gioca per altri anni (368 presenze in totale). Vola all’estero solo in maglia Cccp: la lascia nel ‘65 (54 caps).

Smette nel 1966 e la depressione lo spinge sull’orlo del suicidio; poi si ricorda chi . E riparte: fa l’allenatore. Giovanili dello Spartak, poi estero. il primo allenatore dell’Urss a emigrare: va a Cipro (Omonia Nicosia) e poi dirige la Nazionale iraniana; va in Grecia (Panionios) e in Azerbaijan (Bacu). Infine torna allo Spartak (giovanili). Nel frattempo qualcosa non va: l’alba tragica di un Alzheimer precoce. Lascia il calcio nel 1990, muore nella sua Mosca nel 1999. Milioni di persone ti hanno amato, c’ scritto sulla sua lapide al cimitero di Vagankovo. Miliardi ti avrebbero apprezzato oggi, verrebbe da aggiungere.

26 febbraio 2021 (modifica il 26 febbraio 2021 | 17:30)

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