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Governo Draghi, primi passi ok. Adesso serve il “turbo”

Governo Draghi primi passi ok Adesso serve il turbo
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L’ aria di primavera anticipata non porta sostanziali novità sul fronte Covid e non si può certo accusare il nuovo governo Draghi in carica da due settimane se i contagi risalgono, se sarà una Pasqua blindata, se il Paese resta in stato di emergenza sanitaria, economica e sociale. Il tutto in un quadro di crisi mondiale accentuata dalla pandemia ma di fatto crisi ultratrentennale, con l’abbassamento del saggio di profitto internazionale e del massiccio trasferimento di risorse e di valore dal reddito di lavoro al profitto e alla rendita finanziaria: in sintesi, dal capitalismo industriale al capitalismo finanziario. L’Italia, peraltro, è su un piano inclinato non solo da oggi e non solo per la pandemia (da due decenni in stagnazione: perso il 18,4% rispetto al Pil dell’Eurozona, il  reddito pro-capite da noi è fermo all’82,8% della media europea arrivando al 67,6% dei valori della Germania) e ci vorrà molto tempo e un deciso cambio di passo e di nuove scelte politiche per tirarlo su evitando il patatrac.

Una matassa ingarbugliata e ora contano, anche per il morale sfiduciato degli italiani, i primi atti per dimostrare che il nuovo esecutivo c’è e tira diritto. Già il cambio di Borrelli con Fabrizio Curcio nuovo capo della Protezione civile (nel mirino c’è adesso Domenico Arcuri) dimostra come Draghi passi dalle parole ai fatti nel suo piano di riassetto dell’emergenza della pandemia anche se il piano delle vaccinazioni procede a rilento, ben lontani dalla cosiddetta “immunità di gregge” senza la quale la situazione economica e produttiva continuerà ad essere compromessa e la ripresa solo un desiderio. Il nuovo premier ha anche dato i primi segnali per scuotere l’Europa germanocentrica: vuole l’ok della Ue per la produzione dei vaccini in Italia e ipotizzando l’acquisto di altri vaccini al di fuori dell’Unione europea nonché la necessità di un metodo comune per i test, un’attività di coordinamento per l’export, maggiore trasparenza e condivisione dei dati. Draghi pare porsi alla testa di un fronte UE dei vaccini, per un asse sanitario europeo a difesa del vecchio Continente, rispetto agli USA e al Regno Unito più spediti sulle vaccinazioni, e non solo. Insomma, l’Italia si muove anche se le incognite impongono cautela dato che non ci sono ancora, ad esempio, dati certi riguardo alla durata dell’immunità.

Non solo. C’è svolta anche nella comunicazione, con il premier che mette la mordicchiaai suoi ministri bla-bla: “Il governo parla solo dopo aver fatto qualcosa” e c’è una ventata d’aria nuova persino nello scenario mondiale in un ritrovato asse “occidentale-atlantista” – dovuto in primis all’ingresso alla Casa Bianca di Biden al posto di Trumph – ravvivato anche dall’autorevolezza internazionale di Draghi. E’ un fatto, dunque,  che la mossa di Mattarella per lo stop al degrado e il NO al voto anticipato ha sparigliato le carte del Palazzo, costringendo partiti (tutti meno FdI) e leader (tutti meno la Meloni) a rimodulare tattiche e strategie accettando ob torto collo la nuova musica imposta dal nuovo direttore d’orchestra. Perché, tant’è ne dicano gli sfascisti di vecchio e nuovo conio, di nuova musicasi tratta e poco conta che fra ministri e sottosegretari ci siano ancora molti vecchi suonatori, per lo più tromboni sfiatati e anche incompetenti, che lasciano dubbi sulle qualità dell’orchestra, nonostante l’autorevolezza del nuovo premier. I partiti, stretti nella nuova maggioranza “esapartito” in quella che considerano una “ammucchiata obbligatoria”, restano divisi in correnti alla guisa di clan, abbaiano come “cani da pagliaio”: ringhiano minacciosi, ma in realtà sono inoffensivi e tornano in silenzio a cuccia all’arrivo del padronenella speranza di ricevere almeno un osso.

Non è difficile capire che l’anello debole di questo “governo del presidente” restano questi partiti svuotati di ideali, progetti, identità e con leadership di scarsa qualità e carisma, partiti litigiosi e dediti ai loro affari, impegnati per non perdere consensi e potere poco o niente interessati alla modernizzazione del Paese, condizione essenziale per battere il Covid e ricostruire il dopo pandemia. Anche stavolta, proprio a causa di questa politica imposta da questi partiti, i due estremi si toccano: da una parte si annuncia periodicamente e avventatamente la soluzione definitiva del problema Covid, l’uscita prossima dall’emergenza sanitaria, il presto liberi tutti. Dall’altra si fa opera di destabilizzazione prevedendo mutazioni del Covid più aggressive, vaccini scarsi o di scarso effetto, una emergenza senza più fine. Già nei primi vent’anni di questo nuovo millennio altre crisi hanno creato destabilizzazione mondiale e al contempo emergenza e rigenerazione.

Nel 2020, ecco la pandemia che acuisce tutti i problemi precedenti, intrecciandosi e sovrapponendosi  con loro: terrorismo, coesistenza pacifica, migrazioni forzate, povertà, crisi sanitarie, economiche, ambientali, sociali. Certo, il Covid è un killer invisibile, quindi ancor più infido sul piano sanitario e anche sociale perché acuisce gli squilibri e le disparità fra i cittadini. Questa crisi colpisce duro ma può e deve essere anche in Italia occasione di rigenerazione e di svolta. Tocca a Draghi e al suo governo, qui e adesso, andare decisi oltre i primi passi, procedere veloci mettendo il turbo. Tradotto significa un esecutivo senza i lacci e lacciuoli di questi partiti-clan, deciso e concentrato sulle priorità: il piano operativo dei vaccini senza sbavature, l’uso tempestivo e corretto dei fondi europei, l’aiuto concreto alle fasce più deboli e più colpite dalla crisi, la spinta per far ripartire l’economia e il lavoro. 

 





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