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«Finsi di avere due anni in più per venire in Italia come Miss»- Corriere.it

Finsi di avere due anni in piu per venire in
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Stando ad archivi e biografie, Zeudi Araya, «la ragazza dalla pelle di luna», la diva esotica dei film erotici degli Anni 70, avrebbe 70 anni dal 10 febbraio. Lei, però, con fascino immutato, sorride e ammette candidamente: «Ne avrei due in meno: nel 1969, chiedendo il passaporto, dichiarai il falso. Avevo vinto il concorso di Miss Eritrea e il premio era un viaggio in Italia. Da minorenne, non mi avrebbero lasciata partire. Non fu difficile: ai tempi, l’anagrafe del mio Paese non era molto organizzata». Se il suo è un «non compleanno», questa è comunque una favola, sebbene senza «il vissero felici e contenti». Il suo ufficio romano alla Cristaldi Film ha una libreria cielo-terra, lunga cinque metri, sulla quale sono allineati 133 premi, fra cui, 18 David di Donatello, 48 Nastri d’argento, quattro Palme d’oro e i tre Oscar luccicanti vinti con Divorzio all’Italiana, Amarcord e Nuovo Cinema Paradiso. Sulla scrivania, foto del produttore Franco Cristaldi, che Zeudi sposò nel 1983. A lui si devono cento grandi film, fra cui I soliti ignoti e I compagni di Mario Monicelli, Sedotta e abbandonata di Pietro Germi, Le Notti bianche di Luchino Visconti, Il Caso Mattei di Francesco Rosi, Il Nome della Rosa di Jean-Jacques Annaud. Zeudi indica le vecchie locandine incorniciate: «Quando Franco muore, nel ’92, non esistevano neanche i dvd: ho passato gli ultimi anni a salvare pellicole, digitalizzarle, mettere in regola i diritti in ogni Paese del mondo. Ormai, la library ha oltre 500 titoli, inclusi bellissimi documentari storici».

Perché, in quel 1969, ci teneva tanto a venire in Italia?

«Era il mio sogno. Decameré, dove sono nata e dove mio padre era governatore, aveva ancora tutte le architetture meravigliose del periodo coloniale. Unica fra i nove fratelli, ho preferito le scuole italiane. Insomma, al concorso da miss, mi iscrissi di nascosto: papà era severo, non avrebbe approvato. Ma io ero una sognatrice fin da piccola. Mi chiudevo nella mia stanza e sognavo a occhi aperti una vita diversa. Non saprei dire quale, ma la immaginavo bella».

Che succede quando vince il titolo?

«Mio padre si arrabbia, ma non molto. C’erano rivalità fra le regioni e dato che, grazie a me, aveva vinto Decameré, mi ha guardato come a dire “sono contento, ma me l’hai fatta”. I guai cominciano dopo. L’imperatore m’invita ad Addis Abeba. Io arrivo e vado al mercato in minigonna. Mi ritrovo fra donne coperte, velate e la gente si rivolta: tutti mi urlano contro. La polizia mi porta in commissariato. Finisco sui giornali e mio padre inizia a soffrire per questa sua figlia disgraziata».

Dopodiché, arriva a Roma. Tre anni dopo, è protagonista della «Ragazza dalla pelle di luna», dove non ha neanche la minigonna.

«Un successo in tutto il mondo. Asmara aveva sale cinematografiche da mille posti, che si chiamavano Roma, Impero… Però la gente non aveva cultura cinematografica: vedevano Maciste e pensavano che fosse vero. Insomma, programmano il mio film e arrivano a vederlo anche i cammellieri dal deserto. Tutti dicono a mio padre “poverino” e “che figlia sciagurata”. Lui, pur di non far vedere il film a Decameré, comprò tutti i biglietti dell’unica sala della città. Era un’altra cultura: le mie sorelle maggiori avevano avuto matrimoni combinati».

«Che devo dirle? Lui pensava solo che mi si vedeva nuda e che facevo l’amore. Ma di “erotico” non si vedeva nulla: era tutto buio e Luigi Scattini aveva un tocco poetico, quell’incontro fra un’indigena innocente delle Seychelles e un turista che ha problemi con la moglie sembrava quasi sognato».

Com’era arrivata al cinema?

«All’inizio m’interessava solo vivere a Roma, camminavo fra i monumenti totalmente rapita: era tutto quello che sognavo da piccola nella mia stanza senza saperlo. Fra i primi ad avvicinarmi in un bar ci fu Renato Guttuso. Mi fece cinque o sei ritratti, uno me lo regalò. Schivai parecchi finti agenti di spettacolo, che mi fermavano per strada, ma uno vero mi procurò la pubblicità di un caffè e un altro mi presentò Scattini, che aveva questo film nel cassetto e continuava a ripetermi “sei quella che cercavo, ho girato tutta l’Africa per trovarti ed eri qui”. Arrivò subito il secondo film, il terzo e via così… Sono stata la prima attrice a finire sulla copertina di Playboy e la prima italiana a fare Playboy America. Niente di osé: ero stesa fra le rovine di Pompei fra pepli rossi».

Nel 1975, incontra suo marito, a Los Angeles. Lui era lì per la candidatura all’Oscar di «Amarcord» e lei?

«Studiavo inglese. Avevo già conosciuto Franco a Roma, lo rividi lì, lo pregai di trovarmi un biglietto per gli Oscar e disse: sono solo, andiamo insieme».

E quando sentì «the winner is… Amarcord»?

«Balzai in piedi e gli stampai un bacio sulla faccia, anche se lo conoscevo appena. Lui disse che gli portavo fortuna. Mi invitò a San Francisco e lo accompagnai anche se sapevo che era sposato con Claudia Cardinale. Pensavo finisse lì. Quando tornai a Roma, però, mi mandò delle rose e m’invitò a cena. Mi feci coraggio e gli chiesi di Claudia. E lui: “Si vede che sei stata all’estero, non hai letto i giornali…”. Mi raccontò che lei l’aveva abbandonato per Pasquale Squitieri e che lui stava soffrendo molto. Lo apprezzai: non è facile esprimere le fragilità».

Com’è stato stargli vicino?

«Leggevamo insieme i copioni, discutevamo, ci divertivamo, facevamo sopralluoghi. Per il Marco Polo di Giuliano Montaldo, andammo in una Cina che era un altro mondo, dove erano ancora tutti vestiti uguali. Franco era un computer, teneva a mente tutto: seguiva il piano finanziario dei film giorno per giorno e guardava tutti i girati di giornata, si alzava sempre alle cinque, ma sapeva divertirsi come un ragazzo. Nella villa sulla Flaminia, con 15 ettari di parco, dove ancora abito, venivano tutti: registi, sceneggiatori, attori… Sergio Leone, Alberto Sordi, Federico Fellini, Monica Vitti, Marcello Mastroianni… Scrivevano un film e intanto giocavano a bocce, a calcio, si godevano la piscina. Con Monica e suo marito Roberto, giocavamo a gin rummy fino alle tre di notte. Rodolfo Sonego, che ha scritto tutti film di Sordi, era uno straordinario raccontatore di aneddoti. Nella casa in Toscana, venivano in trenta a passare Natale e Capodanno, Monica aveva la sua stanza fissa: l’Alcova; Francesco Rosi preferiva la Casaletto; Sergio Corbucci dormiva solo se il letto era di legno… Un piano era dedicato ai giochi: roulette, biliardino, ping pong… Giocando, ridendo, si costruivano progetti».

Veniva anche Sean Connery, quando girava il «Nome della rosa»?

«Veniva spesso a cena a Roma: era affezionato alla casa perché ci aveva vissuto, anni prima, quando girava La tenda rossa. Lo intervistai dopo la morte di Franco, per un documentario, disse: ho perso un grande amico, un grande produttore, un grande del cinema».

Che cosa ricorda dell’Oscar a Giuseppe Tornatore?

«Ho vissuto Nuovo Cinema Paradiso dalla A alla Z, dalla prima sceneggiatura alle prime proiezioni andate male perché era troppo lungo: Franco l’aveva capito subito, poi s’impose, il film fu tagliato, andò a Cannes e vinse e poi vinse agli Oscar: era il 26 marzo 1990, anniversario del nostro matrimonio. Di nuovo, Franco disse che gli avevo portato fortuna».

Perché poco dopo le nozze smise di fare l’attrice?

«Perché quando giri, la sera, torni in albergo e sei sola. Io volevo stare con Franco».

«Non me l’aspettavo ed era già un momento difficile. Avevamo desiderato tanto un figlio, venivamo da anni di pellegrinaggi strazianti tra i medici. Finalmente, ero rimasta incinta, ma persi la bimba al sesto mese di gravidanza. Del mio risveglio, ricordo Franco che piangeva e diceva “la bambina non c’è più”. Pochi mesi dopo, ebbe mal di cuore, si operò. Stavo per riportarlo a casa per la convalescenza, ma disse tre volte “mi gira la testa” e, dopo poco, non c’era più. Fu uno choc fortissimo. Giancarla, la moglie di Rosi, mi chiamava: “Che stai a fa’? Stai a piagne’? Vai un po’ in ufficio, va’ che ti fa bene”. E così feci: mi buttai a capofitto nelle carte di Franco. Fu difficile: un conto era aver letto i copioni, un altro entrare a 360 gradi in un’industria. Lavoravo come in preda a un’ossessione, per ore, anche barcollando, anche inciampando. Mi è uscita fuori una forza che non avrei mai immaginato».

«Dimenticare mi è difficile, vedo ancora Franco dappertutto. Vivo fra i suoi appunti, i suoi copioni. Ho fatto fare una cappella per lui, con davanti una panchina. Pensavo di sedermi a lavorare lì. Pensavo: così Franco mi sta vicino. Sono le cose che fai quando sei disperato. Poi andavo e mi prendeva la tristezza. Così, adesso, vado, lascio dei fiori e non mi siedo mai. Ho sempre creduto che dopo finisce tutto. Poi, se c’è il paradiso non voglio disperare, ma secondo me il paradiso bisogna viverlo prima. Io sono stata fortunata, perché per un po’ l’ho vissuto».

Oggi riesce ancora a trovare un pezzetto di paradiso in terra?

«Sono felice quando curo il parco, poto gli alberi e seguo ogni pianta come faceva Franco. Sono felice quando quello che lui faceva continuo a farlo».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

1 marzo 2021 (modifica il 1 marzo 2021 | 21:37)

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