da modella a infermiera Nessun rimpianto ma in rianimazione non

da modella a infermiera. «Nessun rimpianto, ma in rianimazione non trattengo le lacrime»- Corriere.it

L’infermiera-modella non ha avuto un attimo di esitazione. «Le cose stavano precipitando e l’ospedale aveva bisogno di volontari per i pazienti Covid in terapia intensiva – racconta – e allora ho deciso di lasciare per un po’ di tempo i miei amatissimi piccoli pazienti del reparto di cardiochirurgia pediatrica, dove sono stata assunta, e ho accettato il trasferimento. Mi sembrava il minimo che potessi fare, anche perché qui non siamo su una passerella, ma al fronte e c’è da lottare per salvare tante persone». Elisa Bruno, 25 anni, laurea in Infermieristica, un master e il desiderio di continuare gli studi con la “specialistica” all’università di Pisa, la passerella la conosce bene e, prima della pandemia, alternava lo studio e poi il lavoro in ospedale con sfilate di moda.

Le sfilate in Italia e all’estero

«Ho iniziato a 18 anni, ho sfilato anche a Pitti Immagine, in molti eventi in Versilia, nel Principato di Monaco, a Cannes e come hostess agli Internazionali di tennis di Roma». Solo passione? «No, volevo pagarmi gli studi. Siamo una famiglia numerosa, ho un fratello e una sorella, il mio papà è muratore, la mamma maestra d’asilo. Non mi sembrava giusto chiedere sempre tutto ai genitori». E poi sei diventata infermiera… «Sì, ma non ho mai abbandonato la mia vocazione di modella e quando posso continuo a sfilare. Mi piace la moda, la bellezza, il pubblico. Anche se adesso la bellezza ha cambiato volto. Ora la vera bellezza è quando salvi un paziente. È un’emozione indescrivibile, vale milioni di applausi».

L’impegno sul fronte Covid

Ed è anche per questo che hai deciso di andare al fronte delle terapie intensive? «Sì, lavoro all’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Mi hanno assunto nel reparto di chirurgia pediatrica ma da una settimana ho accettato di lavorare in una delle terapie intensive». Come vanno le cose? «La situazione è precipitata in pochissimi giorni. Quando sono arrivata non c’erano persone intubate, adesso sì, e sono troppe. Altre hanno i caschi. Ogni giorno leggo nei loro occhi la disperazione. Cerco di non perdere la calma, è il mio lavoro, ma è facile commuoversi». Accade spesso? «Accade. L’ultima volta mi è successo quando un marito disperato ci ha chiesto di fare un video a una signora intubata perché temeva di non vederla più». Qual è la cosa che la colpisce di più nei pazienti? «Che ti sembra ancora di stare bene, ma vieni intubato. È questa la cosa terribile di questa malattia: ti colpisce all’interno, senza quasi che tu te ne accorga. In questi giorni la cosa peggiore è vedere pazienti che pensano di stare bene, ma i cui livelli del sangue dicono che i polmoni non funzionano bene e che vanno intubati. Penso ogni giorno che qui, al loro posto, potrebbero esserci miei parenti». Rimpiange le sfilate di moda? «No, io faccio anche la modella ma sono un’infermiera. Oggi avere il camice bianco è come stare in trincea. La notte lavoriamo anche undici ore. La morte ti guarda negli occhi. Ci sono sguardi che non dimenticherai più. Ma questo è il mio lavoro. Anzi, questo è il mio dovere. Non mollo. Sino a quando ci sarà bisogno di me io starò qui, accanto ai malati. Con la tuta, i guanti tripli, le doppie mascherine e le protezioni varie che non vedi l’ora di toglierti».

Un futuro da manager della sanità

E il futuro? «Lavorare e studiare sino almeno alla laurea magistrale. E poi si vedrà. Mi piacerebbe diventare una manager ospedaliera. Organizzare, pianificare e continuare ad aiutare la gente». Niente sfilate? «Be’ dopo un po’ i tacchi a spillo vanno riposti nella scarpiera. Ma nel tempo libero, quando la pandemia sarà sconfitta, chissà…».

18 marzo 2021 (modifica il 18 marzo 2021 | 18:28)

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