La Coppa America Unaltra e poi basta Ecco dove possiamo

«La Coppa America? Un’altra e poi basta. Ecco dove possiamo migliorare»- Corriere.it

La Coppa America per Max Sirena è un’ossessione come Moby Dick per il capitano Achab?
«No e non lo deve diventare: se non vincerò nemmeno la prossima, sarà l’ultima. Lo sarebbe stata anche questa, se fossimo riusciti a portarla in Italia per la prima volta in 170 anni di storia della vela».

Dunque resta skipper di Luna Rossa, sconfitta 7-3 da Team New Zealand: guiderà anche l’arrembaggio alla 37a America’s Cup.
«Io non sono né Francesco De Angelis né Paul Cayard. Non sono un velista con il pedigree. Non era scontato che Patrizio Bertelli mi mettesse in mano questa meravigliosa avventura: ha scommesso su di me, gli devo molto. Abbiamo raggiunto un livello altissimo, ora dobbiamo costruire un team ancora più forte. Non posso e non voglio mollare proprio adesso».


Ha dormito la notte del 7-3 per i kiwi?
«No, ma era già un po’ di notti che restavo sveglio. Tensione, pressione, smania di tornare in acqua: avevamo tutti voglia che la notte passasse in un lampo per ricominciare a regatare».

Alla fine lei è stato onesto: non credo alla sfortuna, ha detto, semplicemente i neozelandesi sono stati migliori di noi.
«Se avessimo potuto fare 13 regate il primo giorno, la Coppa America sarebbe finita in modo diverso. Team New Zealand non regatava da dicembre, sono arrivati un po’ arrugginiti. Ma sapevamo che sarebbero cresciuti. Infatti si è confermata vera l’antica regola: l’America’s Cup la vince la barca più veloce. È così dal 1851».

Eppure fino al 3-3 le barche erano sembrate simili.
«In una classe nuovissima, con così poche regate alle spalle, l’attesa era tanta: potevamo essere più lenti di 5 nodi… Ma noi avevamo lavorato tanto per andare veloci con vento forte e invece abbiamo beccato l’unica settimana di bonaccia di tutta l’estate!».

Il gap di velocità c’era.
«Non enorme, però: per questo rosichiamo. Sappiamo dove possiamo migliorare: ricominciamo da lì».

Da dove, cioè?
«C’era una grossa differenza tra le nostre derive e quelle dei kiwi. Ci hanno fregato le condizioni iniziali di vento forte. Per il resto, uomini e barca, avevamo un pacchetto davvero completo».

I salti di vento si sono rivelati decisivi: rimpiange di non aver avuto nel pozzetto della Luna un tattico puro?
«No. Di errori a bordo ne hanno fatti più i kiwi, ma avevano una barca che gli perdonava tutto. Noi abbiamo sbagliato lato una sola volta: con il tattico non sarebbe cambiato niente. Li rimbalzavamo in partenza, guadagnavamo terreno poi, in regate così corte, 100-200 metri li perdevi in un attimo. A 40 nodi di velocità non è facile prendere decisioni in un secondo: non mi sento di criticare i miei velisti».

Non siete usciti dalla Prada Cup, il trofeo che non potevate non conquistare, troppo convinti di poter vincere?
«No, zero, lo giuro sui miei figli. Il giorno dopo eravamo daccapo a lavorare, come se non fosse successo niente. Per togliere dalla mentalità di Luna Rossa quell’euforia dell’accontentarsi, sono stato uno squalo: Natale, Capodanno, domeniche… li ho massacrati».

Faccia un’autocritica.
«Quando perdi è ovvio che sbagli. Un anno fa avremmo potuto fare scelte diverse sulle derive ma dovevamo pensare anche alla Prada Cup, a battere i challenger. Di errori ne faccio tutti i giorni, ma allo stesso tempo sono sicuro che abbiamo fatto un lavoro pazzesco. Il team è stato ricreato da zero, siamo andati a cercare i giovani: ci sono 21enni in tutti i dipartimenti. Al di là dei velisti, il grande merito dei kiwi è l’estro del loro team progettuale: c’è gente che è lì dal ‘92, si è creata una mentalità vincente».

Spithill resta?
«Il mio obiettivo è confermare Jimmy e Checco Bruni, che è stato bravissimo. Il 90% del design team ha già firmato. Lo scopo è migliorare».

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Crede allo scenario di una sfida kiwi-Ineos nel 2022?
«Un evento a due sarebbe un disastro per tutto il mondo della Coppa America, oltre che una pagliacciata».

Il dispiacere più grande?
«Non essere riuscito a consegnare la coppa nelle mani di Bertelli, rimasto in Italia. Per me, è un dolore».

18 marzo 2021 (modifica il 18 marzo 2021 | 23:36)

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