Serracchiani Madia vince la prima E lei in pole per fare

Serracchiani-Madia, vince la prima. E’ lei in pole per fare il capogruppo Pd

Debora Serracchiani e Marianna Madia. Domani si scriverà la parola fine alla contesa tutta al femminile tra l’attuale presidente della commissione Lavoro della Camera e l’ex ministra per la Pa. Il Partito democratico voterà, quindi, il suo nuovo capogruppo a Montecitorio, dopo il passo indietro fatto da Graziano Delrio. Un epilogo, che a quanto apprende Affaritaliani.it, non dovrebbe riservare soprese. Nessuno show-down. Nessuno scontro al calor bianco, come pure sembrava essersi prefigurato nei giorni scorsi, dopo l’esplicito attacco sferrato da Madia nei confronti del presidente dimissionario dei deputati dem, colpevole – a suo dire – di aver dismesso i panni dell’arbitro nella contesa a due.

Come finirà? Salvo sorprese dell’ultimo minuto, a guidare i democratici alla Camera sarà la franceschiniana di ferro Debora Serracchiani. In pole per il ruolo di vicecapogruppo ci sarebbe Piero De Luca di Base riformista. Nel nuovo assetto non c’è spazio invece per il vicecapogruppo vicario. Sarebbe sacrificato, quindi, Michele Bordo, vicino ad Andrea Orlando. Un paletto posto dalla stessa Serracchiani che, però, avrebbe creato più di un malumore, con l’effetto di orientare gli orlandiani, gli orfiniani e qualche deputato romano su Marianna Madia. Ma alla fine contano i voti ed è proprio numeri alla mano, come ragiona con Affari un’autorevole fonte dem, che Serracchiani dovrebbe spuntarla: “Ha dalla sua i 30 deputati di Base riformista, su un totale di 93, e una decina di parlamentari vicini a Delrio. Se a questi si aggiunge la pattuglia dei franceschiniani dovremmo arrivare ad una sessantina di voti. Questo è un po’ il quadro, almeno sulla carta. Perché la certezza ci sarà solo a elezione conclusa”.

In attesa del voto, tuttavia, già si possono tirare le somme dell’intera vicenda. La prima conclusione che si può trarre è sui tempi. Non così rapidi come pure il segretario Enrico Letta auspicava. Almeno non a Montecitorio, nonostante Delrio avesse dato sin dal primo momento la sua disponibilità a fare un passo indietro. Paradossalmente, infatti, la matassa si è sbrogliata subito al Senato, contro ogni pronostico della vigilia.  Qui, infatti, la partita sembrava più complicata per le iniziali resistenze opposte dal capogruppo uscente Andrea Marucci, espressione della corrente Base riformista. E, invece, alla fine, lo scoglio è stato superato. Con un solo nome in campo, quello di Simona Malpezzi, indicato dallo stesso Marcucci pescando nel perimetro dell’area che fa capo a Lotti e Guerini.

Letta, comunque, raggiungerà il suo obiettivo e cioè quello di avere due donne alla guida dei gruppi dem di Camera e Senato. E’ vero. Ma è altrettanto vero che il suo cacciavite per scardinare le correnti a Palazzo non ha funzionato. E Base riformista ne è la prova. Il suo peso alla Camera come al Senato è rimasto lo stesso: “All’esterno il segretario ha iniziato la sua opera di indebolimento delle correnti. E lo dimostra la scelta dei membri della segreteria, seppure anche qui rispettando certe proporzioni – spiega un deputato Pd dietro garanzia di anonimato –. Nei gruppi parlamentari, invece, è più difficile incidere sul correntismo. E il motivo è semplice: deputati e senatori sono diretta espressione delle liste che fece Renzi a suo tempo. I numeri valgono. Pertanto, a palazzo Madama non si può fare altro che far decidere a Base riformista. Come poi è stato”. E alla Camera? “Quest’area non è decisiva da sola, ma è evidente che i suoi voti, parliamo di 30 deputati, sommati a qualunque altra corrente pesano”.

Intanto, per un capitolo che si chiude ce n’è già un altro aperto. Se è ormai dato per assodato che il posto di sottogoverno liberato da Malpezzi dovrebbe toccare ad un altro esponente della corrente che fa capo a Lotti e Guerini e cioè alla senatrice Caterina Bini, il nodo più complicato da sciogliere riguarda la presidenza della commissione Lavoro, poltrona che sarebbe lasciata vuota da Serracchiani.  A Palazzo si fa il nome dell’ex ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia, ma non è scontato. “Pesa il fatto che Boccia non è membro della Commissione XI. Bisognerebbe far dimettere un commissario e farne entrare uno nuovo. E’ complicato. Anche perché susciterebbe malumori tra gli attuali membri”, raccontano ad Affari. “Tra l’altro lo stesso Delrio – aggiunge la fonte – è contrario a questo modo di procedere”. Quale potrebbe essere, allora il punto di caduta? “La soluzione più a portata sarebbe il calabrese Antonio Viscomi. Membro dell’ufficio di presidenza del Pd alla Camera e membro della commissione XI è anche un professore di diritto del lavoro. E, poi, è vicino a Delrio”.

 




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