lera digitale esige il minimal Corriereit

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Divide, come prevedibile. A qualcuno piace, altri gridano alla scandalo. È l’effetto del lancio ufficiale nuovo logo dell’Inter avvenuto martedì 30 marzo. Un nuovo stemma che resta, in fondo, nel solco grafico di quello originario — e leggendario di Giorgio Muggiani, che lo ideò il 9 marzo 1908 al ristorante L’Orologio di Milano — ma che cambia per , come dicono gli strateghi del marketing nerazzurro, inserire il club nell’«era dell’intrattenimento». Il cambio di logo non è una novità all’Inter come in altri club, e Muggiani in passato in casa nerazzurra è stato messo in soffitta varie altre volte. Vogue, in una interessante intervista a Mirko Borsche, fondatore dello studio di comunicazione e graphic design di Monaco di Baviera «Bureau Borsche» che ha prodotto il nuovo logo nerazzurro, ha dedicato al tema un bell’approfondimento.


1. Il punto di partenza: il vecchio logo era inadatto all’era digitale

«Per un brand nell’era digitale è importante essere visibile sui dispositivi mobili. Per il gioco del calcio questo è ancora più vero, considerato che sempre più giovani, in Asia in particolare, guardano le partite su dispositivi molto piccoli. Molti club però non si sono adeguati al trend», spiega Borsche. Che prosegue: «Se guardi le tabelle dei risultati dopo un turno di Champions League, ti accorgi che gran parte dei loghi delle squadre, ormai, non sono più visibili». Il problema c’era anche per il capolavoro di Muggiani: «Il problema principale era il contrasto tra l’oro e il bianco, che lo rendeva invisibile in televisione e sugli schermi portatili: «Dovevamo a tutti i costi ridurre il concept, e renderlo più essenziale». Perché? Per raggiungere un pubblico di 300 milioni di tifosi del mondo e quasi 40 milioni di follower sui canali social.

2. Lo spirito del nuovo: allargare gli spazi

Nel cuore del lavoro creativo ha vissuto Kolja Buscher, giovane graphic designer che aveva già lavorato per il restyling del logo di Balenciaga. Buscher spiega: «Coi grandi marchi del fashion sai di rivolgerti a un target riconoscibile, che acquista in media oggetti che non vanno sotto i duemila euro di valore. Nel caso dell’Inter invece parli a giovani e anziani, ricchi e poveri, industriali e contadini, legati a una città culturalmente vivace e irrequieta, con tradizione storica ma anche uno sviluppo architettonico recente proiettato verso l’alto. Una città fatta di moda, di fabbriche e di design. L’Inter è un brand democratico che va rappresentato allargando gli spazi, e non chiudendoli. Senza contare che migliaia di persone nel mondo si sono giù tatuate sulla pelle il vecchio simbolo: questo cambiamento, letteralmente, ha un impatto sulla vita di molti».

3. Il risultato: vestito leggero e minimale

Nello specifico, dopo avere elaborato circa 300 ipotesi, gli autori spiegano di aver mantenuto per quasi il 90 per cento le proporzioni originali. Le braccia sporgenti della M sono state mantenute. E la I (che ricorda la vecchia F)non ha perduto la sua posizione protagonista. Ne è uscito quell’ IM, che grazie all’assonanza con l’inglese «I am» (io sono), ha fornito materia per il claim della campagna di comunicazione partita il 30 marzo. «È un vestito più leggero e minimale che trovo perfetto per allargare la nostra audience» spiega a Vogue il chief marketing officer nerazzurro Luca Danovaro, «e se è vero che le lettere F C escono dal logo, è vero altrettanto che restano nel nostro nome, nella nostra identità e nella nostra storia».

4. Il dettaglio: un azzurro più blu

Anche i colori son stati ripensati: l’azzurro s’è avvicinato al blu della notte (tonalità Pantone 286, giudicato il più efficace) e l’oro – che pure resterà negli oggetti di merchandising – viene sostituito da un giallo «forte e spigliato». «Sin dalla sua fondazione l’Inter ha rappresentato i concetti di fratellanza e inclusione» continua Borsche, «aver realizzato un logo dal sapore universale, adatto per chi segue la squadra in modo tradizionale ma anche a chi è appassionato agli eSports ad esempio, è un modo per rendere contemporanei, e destinati a durare a lungo, questi valori». Anche il Biscione è stato reinventato, racconta Borsche, partendo dalla sua analisi simbolica fino ad scavarne le anatomie biologiche e di specie: «Un po’ e un drago, e un po’ è un serpente» conclude il designer, «ma soprattutto, è contenuto nell’antico simbolo di Milano. Farlo nostro, ha significato ribadire che il vero heritage della città, è targato Inter». Vedremo quanto successo avrà. Con una certezza: nella ciclica storia dei corsi e ricorsi (dei loghi e in generale dell’arte), il logo di Muggiani un giorno ritornerà. Perché il classico funziona sempre. E anche il marketing lo sa.

1 aprile 2021 (modifica il 1 aprile 2021 | 12:07)

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