Mettiamo lRna in nanoparticelle poi spediamo il tutto nelle Pizza

«Mettiamo l’Rna in nanoparticelle, poi spediamo il tutto nelle Pizza box»- Corriere.it

A Puurs, una cittadina belga delle Fiandre, 17 mila abitanti, a metà strada fra Anversa e Bruxelles, ci sono 3.100 persone che lavorano, alternandosi 24 ore su 24 e sette giorni su sette, nella fabbrica della Pfizer che produce il vaccino anti-Covid. Finora Puurs era conosciuta solo per una delle più famose birre del Paese, la Duvel (traduzione: diavolo). Adesso tutta Europa è in attesa delle fiale di vaccino che escono da questo stabilimento, come la manna dal cielo. E l’azienda promette, da maggio, 100 milioni di dosi al mese. Da destinare (resta da capire come e quando) a vari Paesi. È comunque difficile avere dati precisi sulla produzione a oggi, ma ci arriva la rassicurazione che la capacità produttiva è in continua crescita.

Il tour virtuale

Ma come si costruisce un vaccino e che cosa davvero succede fra le mura della Pfizer a Puurs? Oggi ci è permesso visitare l’azienda, in esclusiva per il Corriere della Sera, attraverso un tour virtuale, e di ascoltare la voce dei ricercatori in un meeting online. L’idea alla base del vaccino nasce da due ricercatori tedeschi di origine turca che hanno fondato la compagnia BioNTech, poi confluita in Pfizer: è un vaccino che sfrutta l’Rna messaggero, questo materiale genetico fa sì che si producano difese immunitarie contro il coronavirus. Spiega Christine Smith, capo della ricerca Pfizer a Chesterfield, in Missouri, dove c’è uno dei più importanti centri della multinazionale farmaceutica: «Il principio base del vaccino, e cioè questo Rna messaggero, lo produciamo qui. Poi lo spediamo a Puurs».

L’innovativa tecnologia

Il cuore dell’innovativa tecnologia, insomma, sta negli Stati Uniti. Luc Van Steenwinkel, capo dello stabilimento di Puurs, spiega cosa avviene nel centro belga: «Qui noi assembliamo il vaccino, incapsulandolo nelle nanoparticelle lipidiche, che permetteranno poi all’Rna messaggero di entrare nelle cellule umane e di stimolare le difese immunitarie». È una tecnica di produzione cosiddetta «end to end». Cioè: a partire dalla materia prima (l’Rna messaggero) si arriva alla produzione delle fiale (che contengono sei dosi di vaccino) e che vengono inscatolate nei «pizza box». Così sono stati chiamati i contenitori, con ghiaccio secco, che assicurano la conservazione a bassissime temperature, come richiede questo vaccino. E che vengono spediti nel mondo. Ma non tutto si può fare in casa, a Puurs. In questo processo di produzione dei vaccini occorrono 280 materiali che arrivano da 86 fornitori con sede in 19 Paesi, come ha ricordato Danilo Taino sul Corriere. Per una malattia globale, un vaccino globale.

Forse anche in Italia

Le cose, al momento, stanno funzionando, come confermano da Pfizer. Resta da capire, allora, che cosa c’entrano le ultime notizie di cronaca secondo le quali il vaccino Pfizer potrebbe essere prodotto anche in Italia, a Monza, dalla Thermo Fisher. Dalla Pfizer precisano: la collaborazione è ancora tutta da verificare e se ne parla alla fine del 2021. In ogni caso si tratterebbe di usare lo stabilimento italiano non per la produzione del vaccino, ma per la cosiddetta «infialatura» e il confezionamento.

1 aprile 2021 (modifica il 1 aprile 2021 | 09:12)

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