Bisogna farlo senno siamo un pericolo per gli altri Corriereit

«Bisogna farlo, sennò siamo un pericolo per gli altri»- Corriere.it

Figurarsi se un vaccino anti-Covid può spaventare uno che pur di non aderire alla Rsi e al nazifascismo preferì essere internato in un campo di prigionia — uno stalag — a Ratisbona, patendo ogni genere di privazione per oltre sedici mesi. Quando ieri Antonio Ferrarese, 103 anni il prossimo 14 agosto, è entrato al Palaferroli di San Bonifacio (a Verona) in attesa del suo turno per la somministrazione del vaccino, la gente in fila lo ha applaudito. L’ex fante Antonio — che al ritorno dalla prigionia fondo la sezione locale dell’Associazione reduci — si è schermito, arrossendo accanto al figlio Emanuele che lo ha aveva accompagnato. Assai lucido, vigoroso,ha ripetuto queste parole: «Sono assolutamente convinto, l’ho imparato nei miei quasi sette anni di naja». A Paola Dalli Cani, cronista dell’Arena che l’ha avvicinato, Antonio ha detto che questa guerra qua, quella al virus, non se l’aspettava, «ma bisogna capire che questo vaccino bisogna farselo, perché diversamente si è un pericolo per se stessi e per gli altri». E lo ha chiarito dopo aver ripetuto come qualche giorno fa ha apostrofato in maniera colorita una delle nipoti che di vaccini non vuole sentir parlare. Quando all’accettazione l’ operatore ha aperto la scheda telematica del signor Antonio, ha fatto due occhi così: un cenno all’operatore della postazione a fianco, il dito ad indicare quel 1918 sotto l’anno di nascita. Una volta concluse le operazioni di somministrazione, nell’uscire dal Palaferroli è stato inevitabile il racconto della sua prigionia, testimoniato peraltro molte volte in passato — grazie alle nipoti Nadia e Giulia che hanno «promosso» le sue memorie — alle scolaresche del Veneto «per non dimenticare».

«Le “zebre”, i prigionieri ebrei»

«È importante ricordare, soprattutto le “zebre”, i prigionieri ebrei. Al campo di Ratisbona venivano chiamati così per i pigiami a righe che portavano. Noi esistevamo solo in quanto materiale da lavoro e si camminava appoggiandosi l’un l’altro perché non ci si reggeva in piedi. Si sentiva dire di orrori indicibili, di forni crematori in campi non lontani da lì: ci dicevamo che era impossibile». Antonio si ferma sun attimo, e poi riprende. «Salutai mamma Carolina proprio di questi tempi, la domenica delle Palme del 1939, il 2 aprile. Poi raggiunsi il Distretto militare di Verona dove mi spedirono a Saluzzo, aggregato al 44° Reggimento di fanteria come Guardia di frontiere». Antonio vi passò quasi quattro anni, sui monti, a fare il furiere. Piemonte e Francia. E siamo all’8 settembre: la notizia dell’armistizio lo raggiunge a Lantosque. Il rientro in Patria scatta per lui all’indomani del 14 settembre, nella deserta stazione ferroviaria di Cuneo dove salì sul treno che, pensava, lo avrebbe riportato a casa.


«Eravamo in 1500, aderirono in 15»

«Alle 10, però, il treno, zeppo di militari italiani, venne circondato da SS e fascisti: ci fecero scendere tutti — la voce stavolta è rotta dal dolore del ricordo, ma sempre nitida — e raggiungemmo la caserma della Cuneense». Nel pomeriggio, alcuni ufficiali della Milizia fascista proposero loro l’arruolamento: «Eravamo in 1500, aderirono in 15», racconta. Stessa scena quattro giorni dopo, ma a Norimberga: il treno merci in cui a Cuneo vengono caricati a decine senza che mai, per giorni, le porte si aprissero, si fermò infatti in Germania. «L’invito ad aderire alla Repubblica sociale e rientrare subito in Italia, venne ribadito davanti ai 7-8 mila che eravamo» è ancora il racconto alla giornalista dell’Arena. «Si staccò solo l’1-2 per cento. Non sapevo che stavo andando incontro ad un destino di umiliazione, fame, freddo e bombardamenti, ma dissi di no: ero stanco della guerra ma non volevo tradire né il giuramento al Re né la Patria per la quale tanto avevo combattuto», racconta.

Circa 600.000 fanti, bersaglieri, carabinieri e alpini

Quello stesso giorno, il ventiquattrenne smise di chiamarsi Antonio Ferrarese e divenne il numero 73527 di un esercito di deportati lavoratori, costituito dagli Internati militari italiani. Ovvero i circa 600.000 fanti in grigioverde, bersaglieri, carabinieri e alpini che rifiutarono di aderire alla Rsi e che per questo motivo patirono due anni di sofferenze indicibili nei campi di prigionia, del tutto simili a quelli di sterminio con i quali, in molti casi, confinavano le baracche. In 60.000 non fecero ritorno, morti di fame, stenti e fatica, malattie. Torturati atrocemente, fucilati, gassati assieme ai deportati ebrei. Il racconto del detenuto 73527, sulle pagine dell’Arena, prosegue così. «Fui impiegato nello zuccherificio di Ratisbona prima, e nella fabbrica dei caccia Messerschmitt poi, mangiando rape a pranzo e cena. I bombardamenti erano pressoché quotidiani. Uno di questi distrusse il campo e ci trasferirono in un paesino: andavamo a lavorare facendo 6 chilometri all’andata e altrettanti al ritorno e attraversando il Danubio. Avevamo chiamato Caronte l’addetto al traghetto che accompagnava le nostre anime all’inferno quotidiano».

«Scappare? Non sapevamo una parola di tedesco»

La presa sul campo e sui prigionieri cominciò ad allentarsi: «Scappare? Non sapevamo una parola di tedesco, era impossibile. Quella maggiore libertà servì a far scorta di patate da nascondere in baracca e cuocere sulle stufe a ghisa», ricorda Ferrarese fuori dal Palasport. Il 25 luglio gli diedero una divisa di un prigioniero russo ucciso, dopo che un bombardamento aveva lasciato tutti con ciò che avevano addosso in quel momento. Ferrarese la indossava ancora il 26 aprile del 1945, quando gli americani arrivarono a Ratisbona. «Ci rifocillarono ed il giorno dopo ci portarono in periferia, in un campo dov’erano riuniti tutti i prigionieri per organizzare i rimpatri. Ci concessero due giorni per sfogare il nostro rancore contro i tedeschi ma ci bastò vedere la devastazione lasciata dai prigionieri russi per lasciar perdere: poi vedemmo i soldati tedeschi che ci avevano fatto prigionieri sgombrare le strade dalle macerie al posto nostro». Il treno che lo riporterà in patria partirà dalla Germania il 4 luglio: l’arrivo a Verona attorno alle 22, quindi a piedi fino a casa della sorella, a San Martino Buon Albergo. La mattina si rimise in viaggio per riabbracciare la mamma: un bagno caldo e quella divisa affidata al fuoco, scarpe comprese.

Impiegato al dazio. E 11 nipoti

Antonio nel 1947 ha sposato la sua Rita e ancora una volta si è trovato a ricostruire la sua vita. Racconta di aver svolto vari lavori, prima in ospedale come impiegato poi all’ufficio del dazio e infine, in un ufficio fiscale aperto con un ragioniere. Con Rita poi aprì una merceria diventando papà, nel frattempo, di Loretta, la primogenita nata nel ‘49, Franco, nato nel ‘54 e Tiziana, nel ‘57 ed Emanuele, nel 1964. La famiglia si allarga e nel ‘75 arriva Andrea, il primo di 11 nipoti. E ora Antonio ha la fortuna di diventare anche bisnonno di tre pronipoti Federica, Sofia e Carolina. Appunto: figurarsi se uno così può farsi spaventare da un vaccino anti-Covid…

2 aprile 2021 (modifica il 2 aprile 2021 | 09:44)

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