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A tu per tu con la Gazzetta: ‘I miei lettori sono il rosa della vita’

A tu per tu con la Gazzetta I miei lettori
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Per i 125 anni le parole immaginarie del nostro giornale: “Sono nata con l’agonismo passando attraverso due guerre. Dopo un successo penso alla prossima sfida, come gli atleti di cui parlo”

Franco Arturi
@ArturiFra

Scusi, signora Gazzetta…

“Se vogliamo parlare, tanto per cominciare, diamoci del tu, come si fa da sempre nella mia redazione. Come te la passi col Covid?”

Bene, grazie, se Dio vuole: ma tu mi conosci?

“È ovvio, dai: so tutto di chi lavora con me: e tu mi pare che bazzichi da queste parti da un po’ di tempo…”.

Vero, grazie per non aver precisato da quando. La tua età in compenso è nota in tutto il mondo. Oggi compi 125 anni e il direttore mi ha incaricato di intervistarti per una celebrazione un po’ diversa dal solto.

“Questa è nuova, in effetti: interviste vere e proprie non me ne hanno mai fatte. Solo un’infinità di storie, tesi di lauree, articoli, saggi, libri, rievocazioni. Cose belle, ma un po’ pallose, via… Comincia pure, ma ti avverto: non reggo il reducismo e le nostalgie prolungate. Io guardo sempre avanti: è solo così che si rimane giovani. Quindi se vuoi farmi passare per l’anziana zia incipriata e con i capelli tinti di azzurrino, hai sbagliato strada. Io sono anche digitale e social di questi tempi”.

Ok, caspita: ti sento bella puntuta e reattiva.

“Lo saresti diventato anche tu se avessi dovuto tenere a bada da più di un secolo concorrenti, cambiamenti di gusti, rivoluzioni mediatiche, vesti informatiche, difficoltà nazionali e internazionali di ogni genere. Magari attraversando due guerre mondiali. O combatti o scompari. E io lotto, anche perché sono nata con l’agonismo. E dopo un successo, comincio a pensare alla prossima sfida, esattamente come gli atleti di cui parlo”.

Va bene darsi del tu: ma come ti chiamo, Gazzetta, Gazza, Rosea?

“Gazzetta magari no, troppo formale. E poi ce ne sono altre: quelle di Mantova e di Parma sono addirittura più vecchie di me. Mi piace Gazza, soprattutto perché so che i ragazzi amano chiamarmi così, e io sto sempre dalla loro parte”.

Bene, Gazza, senti come uno dei nostri giornalisti di una settantina di anni fa raccontava la tua nascita: “Sul finire dell’Ottocento mancava una bandiera, un simbolo di tutti gli sport, un giornale che li trattasse tutti, accogliendoli sotto un’unica insegna: monito e sprone di propaganda… Tale bandiera venne spiegata il 3 aprile 1996 al tiepido vento primaverile come una promessa… La Gazzetta uscì verde, il colore della speranza. La sua nascita simboleggiava il germoglio gonfio di linfa che si schiude ai primi tepori, per offrire frutti copiosi. Il nuovo giornale offriva ai giovani saldezza di muscoli, forza d’animo, giocondità di spirito..

“Ma hai finito? Ti avevo ben detto che non voglio fare del passatismo. Giocondità: non leggevo questa parola da almeno trent’anni, pensa tu. Però alla fine capisco il tuo intento: volevi far notare come si è evoluto il linguaggio in tutti questi anni. Sono proiettata nel futuro, come ti dicevo, ma rispetto ogni singolo articolo che ho portato su di me perché era il segno del tempo. S’intende: basta che la sintassi e le altre regole fondamentali fossero rispettate”.

Ti ammirano tutti da una vita: non è che ti monti la testa?

“Mi fai sorridere. In effetti, noi testate ogni anno facciamo una riunione per parlare dei nostri problemi. Un raduno a cui non è ovviamente consentito l’accesso agli umani. Purtroppo ogni tanto dobbiamo commemorare chi non è più con noi: e, come sai, la perdita di un giornale è un colpo al cuore della società. Bene, quando entro in sala, vedo che molti visi corrucciati si spianano, il sorriso si fa strada, mi cedono subito un posto, e subito cominciano a chiedermi dove giocheranno Cristiano e Ibra l’anno prossimo, se l’Inter hai già in mano lo scudetto, quante medaglie vinceremo a Tokyo, come andrà la nazionale di Mancini e via così. Un assalto. Comunque no, resto con i piedi, anzi i piloni, per terra. Perché ho detto piloni? Perché io in realtà sono un ponte fra tre secoli: sono nata nell’Ottocento, ho percorso di corsa tutto il Novecento e adesso sono ben dentro il Duemila. E su di me passano emozioni, passioni, entusiasmo”.

Sei una milanese purosangue proiettata nel mondo e hai traslocato varie volte: quali redazioni ricordi con più affetto?

“Due soprattutto. La prima è quella che abbiamo occupato dal 1898 in via Santa Radegonda, dietro il Duomo, proprio quando sono diventata rosa per via di un semplice cambio di fornitura di carta: e il colore nuovo ha avuto immediata fortuna. Erano quattro stanze in cui stavano tutti, amministrativi compresi. Talvolta i redattori, che pure erano pochi, dovevano contendersi una scrivania. E l’ultima stanza in fondo era in realtà una palestrina: c’erano una pedana diagonale per la scherma, una materassina per la lotta, pesi e guantoni. Perché i tuoi colleghi di allora erano in realtà praticanti-pionieri del loro sport. L’altra sede mia preferita è l’attuale perché il presente è gioia di vivere”.

Non hai portato solo notizie ai tuoi lettori: sei stata una grande organizzatrice di eventi, e lo sei tutt’ora.

“È la mia seconda natura, in realtà, autentica quanto la prima. Devi capire: alla mia nascita lo sport era una creatura fragile, aveva bisogno di una spinta. E quindi sono stata in prima linea. Ho organizzato di tutto: podismo, ciclismo, nuoto, lotta, motori. E tieni presente che alla fine dell’Ottocento si andava ancora in calesse: ci voleva l’occhio lungo per capire che motori e ciclismo sarebbero stati l’avvenire. Quanto al calcio, ho aspettato fin quasi agli anni Trenta che la gente lo amasse. Perché io, nonostante qualcuno si ostini a non capirlo ancora oggi, sono sempre un passo indietro rispetto al pubblico: è la gente che determina il successo di ogni sport e io la servo. Questa è la missione di un giornale. Certo non vorrei mai più organizzare gare di lancio di bombe a mano o di varare la “Gazzetta del Mitragliere”, come ho dovuto fare durante e subito dopo la prima guerra mondiale”.

Ti chiedo i momenti della tua vita che ti hanno emozionato di più.

“Davvero tanti, ma ne cito quattro. Il primo, proprio durante la Grande Guerra, quando un fante italiano, Renzo Genisio (mi aveva appena ringraziato perché gli avevo fatto avere al fronte un abbonamento gratis, come facevo con molti nostri ragazzi), uscì dalle trincee e lasciò una mia copia in territorio degli austriaci “così sapranno meglio che gli italiani non sono demoralizzati”. Un grande orgoglio per me. Poi quando ripresi le pubblicazioni dopo la seconda guerra mondiale: per tanti motivi avevo temuto il peggio. Il terzo momento magico fu quando fui teletrasmessa in America pochi giorni prima i Giochi di Los Angeles ’84 (e mi pare ci fossi anche tu quella volta, giusto?): pensa, dopo decenni di diffusione avventurosa con i camion, i treni, le navi, uscivo contemporaneamente in due continenti. Il quarto è stato il colore, esploso sulle mie pagine attorno al 2000: ne ho viste tante ma quella volta ne ebbi uno shock vero e proprio. Dopo tutto quel bianco-rosa-nero, è come se fosse esplosa la vita vera su di me”.

E i campioni? Ne hai visti passare migliaia, ma quali ti sono rimasti veramente nel cuore?

“Tu mi vuoi del male: come faccio a rispondere, solo limitandomi agli italiani, fra Coppi, Bartali, Berruti, Mennea; oppure fra Pellegrini, Simeoni, Sensini, Vezzali? A proposito, auguri a Valentina per il suo nuovo prestigioso incarico di governo: le auguro di rimanere combattiva com’era in pedana e di cominciare a sanare alcune grandi ingiustizie a danno dello sport italiano. Forza. Però non voglio scappar via dalla tua domanda e una risposta te la darò, proprio in quanto giornale popolare. Scelgo fra tutti Ottavio Missoni, che è stato un grande dell’atletica e se n’è andato pochi anni fa a tarda età praticamente con una mia copia in mano. Era diventato una star della moda celebrato in tutto il mondo, come sapete: ma è stato fedele a me e allo sport fino all’ultimo giorno. Grazie, Tai”.

M’hai commosso. Ma non saranno stati solo rose e fiori questi anni: anche tu hai qualche pagina nera di cui non vai fiera?

“Purtroppo sì. Durante il fascismo, io, come tutti gli altri giornali italiani, ho dovuto piegare la testa alla dittatura. Quella foto della nazionale italiana durante i mondiali in Francia del ’38, schierata in divisa nera (attentato al nostro azzurro, fra l’altro: il più bel colore dopo il rosa) con Meazza e compagni nel saluto fascista mi fa ancora star male. Questo sì è un monito: noi italiani ci siamo presi un’ubriacatura, che abbiamo pagato carissima. E dovremmo trarne insegnamenti tutti i giorni”.

Dai tiriamoci su: a proposito di pagine, quante ne hai proposte in 125 anni?

“Fra tutto, più di un milione”.

“Non ci credi? Prova a contarle e ne riparliamo”.

Non oso chiederti quali ti siano piaciute di più.

“Osa, osa: te ne cito tre dell’‘era moderna’, magari un po’ scontate, ma sono anche nel cuore di tanta gente. Il “Campioni del Mondo” del 1982, il “Tutto vero” del 2006, le nostre vittorie indimenticabili della Nazionale di calcio, e purtroppo il “Se n’è andato”, in morte di Pantani nel 2004. Ce ne sarebbero tante altre, ma non possiamo far notte. Belle quelle che sono diventate T-shirt”.

Frequentemente ti sei impegnata in campagne stampa durissime: ora che vedo il tuo caratterino deciso, capisco tante cose.

“Vuoi ridere? La prima ‘crociata’ giornalistica l’ho bandita proprio nel dicembre 1896 – ero ancora neonata – contro il Comune di Milano che era intenzionato a mettere una ‘tassa sui bicicletti’. Allora si chiamavano così le bici. Che ora lo stesso Comune di Milano si affanna a propagandare: vorrebbe, se possibile, tutti i suoi abitanti in sella e costruisce corsie agevolate dovunque, spendendo decine di milioni. Ascoltate di più la Gazza, mi vien da dire senza modestia: guarda sempre più lontano. Fuori da ogni scherzo: io sono il giornale delle regole e dei valori, quelli legati allo sport, che è una cosa seria, molto seria. In termini culturali – anche se qui non ho il tempo per argomentare – rende migliore l’umanità. E se qualcuno attenta a quei valori, io scatto e mi mobilito”.

Bene, mi ha fatto molto piacere…

“Ma come, mi pianti così? Devi ancora crescere come intervistatore, amico mio. Mi aspettavo una domanda tipo: a chi dedichi questa tua festa? Be’, me la faccio da sola e rispondo. Ringrazio i proprietari, gli editori, i direttori e i giornalisti che si sono succeduti negli anni e che mi hanno fatto crescere sana e forte. Grazie ai tipografi, gente tosta di cui si parla sempre poco, agli impiegati e ai dirigenti. Ma soprattutto grazie ai lettori: esisto soprattutto per loro. Non li lascio mai soli: da quando sono bambini e iniziano a leggere sulle mie pagine a quando, ormai nonni, vanno verso l’edicola tenendo per mano il nipotino. Voglio bene a tutti: sono tutto il rosa della vita. E ora un brindisi. In diretta Facebook, naturalmente”.





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