Mio padre ebreo salvato da tre suore cattoliche a Firenze

«Mio padre ebreo salvato da tre suore cattoliche a Firenze»- Corriere.it

L’8 aprile ricorre in Israele è lo Yom HaShoah, la Giornata del ricordo della Shoah, che corrisponde al 27esimo giorno di Nissan del calendario ebraico. La data è collegata all’inizio della Rivolta del Ghetto di Varsavia (19 aprile 1943) e si situa dopo la Pesach (la Pasqua ebraica), e una settimana prima dello Yom HaZikaron, il Giorno della memoria dei soldati israeliani caduti in guerra, che precede Yom HaAtzmaut, il Giorno dell’Indipendenza dello Stato. In questa serie di giornate così cariche di significati per il ricordo dei sei milioni di ebrei sterminati dai nazisti e dai loro collaboratori durante la Seconda guerra mondiale, c’è una storia tutta italiana raccontata oggi dal giornale inglese The Spectator. A farlo è un noto giornalista inglese, Jonathan Sacerdoti, che sulle colonne racconta di come suo padre Cesare Sacerdoti fu risparmiato allo sterminio e l’impegno della famiglia affinché coloro che salvarono il padre fossero ricordati tra i Giusti di Israele.

Quelle suore coraggiose e quel cardinale illuminato

Nell’articolo per The Spectator Jonathan Sacerdoti intitolato How should we honour the ‘angels’ of the Holocaust when they’re gone? racconta l’incredibile storia del padre Cesare, spentosi a Londra il 3 marzo 2019. Durante gli anni della seconda guerra mondiale riuscì a sfuggire alle retate dei nazifascisti grazie alla fondatrice e Madre Generale della Congregazione delle suore Pie Operaie di San Giuseppe, Madre Maria Agnese Tribbioli che, dal 6 novembre al 27 novembre 1943, si offrì di ospitare il piccolo Cesare Sacerdoti, che aveva 5 anni — insieme alla madre Marcella e al fratello Vittorio (2), compresi tanti altri bambini ebrei — nel seminterrato della Casa Generalizia che sorgeva al civico 113 di via de’ Serragli a Firenze. Ad aiutarli contribuirono in modo rilevante anche altre tre consorelle — suor Grazia, suor Caterina e suor Gennarina — su impulso del cardinale Elia Dalla Costa e con l’aiuto del suo segretario monsignor Giacomo Meneghello che, a repentaglio della propria vita, non esitarono a proteggere non solo loro ma anche tanti altri ebrei braccati dai nazifascisti.


Le carte di identità procurate da Gino Bartali

Con l’incalzare delle persecuzioni antiebraiche, monsignor Meneghello e il cardinale Dalla Costa si adoperarono per mettere al sicuro, tra gli altri, anche i due piccoli fratelli Sacerdoti insieme alla loro madre nel convento delle Pie Operaie di San Giuseppe, mentre il padre, il rabbino Simone Sacerdoti (Firenze, 7 ottobre 1908 – Ferrara, 29 settembre 1990). Fu nascosto, dapprima all’interno del convitto ecclesiastico di via San Leonardo, e successivamente nell’abitazione di monsignor Capretti. Al termine della guerra, nel 1946, Simone Sacerdoti assumerà l’incarico di «Maskil» del Collegio Rabbinico Italiano di Roma. Monsignor Meneghello. Tramite il campione del ciclismo Gino Bartali, la rete di protezione degli ebrei fiorentini riuscì a procurarsi le carte d’identità opportunamente falsificate, realizzate da una tipografia di Assisi, con cui molti ebrei riuscirono a salvarsi.

Giusti tra le Nazioni

Madre Tribbioli

Proprio in virtù della sua determinazione nel salvare dalla deportazione nei campi di sterminio nazisti decine di ebrei, su segnalazione dei due fratelli Sacerdoti, il 15 settembre 2009, la Commissione esaminatrice dello Yad Vashem ha deciso che il nome di Madre Agnese Tribbioli (morta nel 1985) fosse inserito nell’elenco dei «Giusti tra le nazioni». Lo Yad Vashem ha riconosciuto nel 99 quale Giusto tra le nazioni anche un sacerdote che aiutò la famiglia Sacerdoti ed altri ebrei, Don Giulio Facibeni; così come monsignor Giacomo Meneghello, nel 2015.

L’odissea di una famiglia ebraica

«Solo 193 Giusti tra le Nazioni sono ancora vivi, due sono morti la settimana scorsa», segnala Jonatahan Sacerdoti. «Per questo raccontare la loro storia in tempi di rinascente antisemitismo è così importante. Mio padre, che ha lottato per il riconoscimento dovuto a madre Agnese, era nato proprio nel ‘38 l’anno delle leggi razziali». Sullo Spectator Jonathan Sacerdoti ha raccontato l’incredibile odissea di suo padre, di suo zio, dei suoi genitori e dei nonni. «I piccoli, mio padre e mio zio, vennero separati per molti mesi dai genitori al fine di celarli in un orfanotrofio cattolico. La grandezza di quelle suore e di quei preti che a prezzo della vita si rifiutarono di consegnarli al massacro non sarà mai celebrata abbastanza. Madre Agnese ci ha raccontato un dettaglio incredibile per dire come, nonostante avesse 5 anni, la fede di mio padre nella religione di famiglia fosse incrollabile: si rifiutava di fare il segno della croce e recitava in silenzio le preghiere ebraiche».

I sopravvissuti alla Shoah decimati dal Covid

Il dovere del ricordo si impone anche perché, tra i sopravvissuti alla Shoa, ben 900 sono morti tra il 2020 e il 2021 per il coronavirus. Sono sopravvissuti ai ghetti e ai campi di sterminio, ma l’ultima battaglia della loro vita l’hanno dovuta combattere disorientati e isolati, con mascherine e guanti, desiderosi di contatti ma separati dalle persone amate. In Israele vivono circa 175mila sopravvissuti all’Olocausto. L’83% ha più di 80 anni, mentre il 18% supera i 90. Proprio per lo Yom HaShoah è stato aperto a Gerusalemme, in Safra Square, uno spazio espositivo riservato al Lonka Project, la mostra fotografica itinerante che racconta i sopravvissuti di tutto il mondo, con i lavori di 250 fotografi israeliani e internazionali.

8 aprile 2021 (modifica il 8 aprile 2021 | 19:59)

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