Usa Biden offensiva negoziale su minimum tax globale e imposte

Usa, Biden: offensiva negoziale su minimum tax globale e imposte per le aziende


Joe Biden apre la partita negoziale, domestica e internazionale, per far scattare giri di vite sulle imposte aziendali negli Stati Uniti e all’estero. Una partita dall’alta posta in gioco: deve raccogliere le risorse necessarie a finanziare il decollo delle sue ambiziose strategie economiche, ancorate da un’inedita stagione di investimenti pubblici e infrastrutturali da 2.300 miliardi.

Proposta di riforma inviata a 140 paesi

La Casa Bianca ha fatto sapere, a partner e critici, di essere disposta a compromessi, ma al fine di accelerare i tempi è partita lancia in resta con le sue proposte di vaste riforme del regime di tassazione corporate. I primi documenti, ha rivelato il Financial Times, sono stati inviati a quasi 140 capitali impegnate da tempo in trattative multilaterali in ambito Ocse finora procedute a rilento: contengono le sue proposte volte a combattere corse a elusione e a paradisi fiscali, a cominciare da un’efficace minimum tax globale sulle imprese. Potrebbe, se avrà esito, sbloccare la prima grande riforma di armonizzazione mondiale del regime delle tasse societarie da alleno una generazione.

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Minimum tax globale e imposte nazionali

La proposta americana, accanto alla tassa minima su profitti fuori dai confini, da quanto si è appreso finora consentirebbe a singoli governi di rastrellare imposte legate alle vendite delle principali multinazionali in ciascun paese. Un meccanismo che, in particolare, riguarderebbe i gruppi hi-tech e potrebbe risolvere dispute su digital tax nazionali che oggi proliferano e hanno causato tensioni anche tra Stati Uniti e Europa.
Washington, tuttavia, punta in primo luogo al varo di una nuova global minimum tax, che oggi ha identificato oggi al 21%, un livello più alto di quanto in passato ipotizzato nei colloqui internazionali ma sul quale ha bisogno di trovare consenso per evitare svantaggi competitivi o fughe all’estero di proprie imprese.
Oggi gli Usa hanno un’imposta minima sui profitti offshore limitata al 10,5 per cento. La nuova, più significativa tassa minima dovrebbe in concreto obbligare le multinazionali a pagare in patria ogni differenza nelle imposte rispetto alla minum tax, vale a dire qualora all’estero fossero tassate ad aliquote inferiori.
Verrebbe a sua volta calcolata non in generale sui profitti all’estero ma sulla base delle attività di un’azienda paese per paese. In un segnale del rilievo del dossier promosso da Washington l’Italia, che ha la presidenza di turno del G20, con il Presidente del Consiglio Mario Draghi si è rapidamente schierata a favore dell’appello per una corporate minimum tax globale. Altri paesi europei hanno reagito positivamente.

Le pressioni americane

Biden nell’insieme intende eliminare, afferma, scappatoie e incentivi allo spostamento sia di produzione che di profitti all’estero, in particolare verso paradisi fiscali. Assieme tutte le misure che ha proposto, stando a stime del Tesoro Usa, dovrebbero stimolare un rimpatrio di duemila miliardi di utili in un decennio. La Casa Bianca premerà inoltre su altre nazioni perché seguano l’esempio americano e siano pronte ad adottare una nuova armonizzazione del regime delle imposte aziendali su scala mondiale. Unendosi a quella che definisce “un’intesa che imponga regole per una minumum tax su scala mondiale” e che spera emerga entro metà anno: l’amministrazione minaccia di eliminare deduzioni e vantaggi per aziende di paesi che consideri privi d’una “robusta tassazione minima”.

La ricerca di compromessi in casa

L’amministrazione Biden ha anche offerto flessibilità sul fronte interno, al business e al Congresso, per superare ostacoli e far avanzare i suoi progetti. In discussione sono qui impennate delle aliquote corporate al 28% dall’attuale 21%, la soglia fissata dagli sgravi firmati dal Donald Trump nel 2017, e che assieme alle strette internazionali rappresentano la cassaforte dalla quale attingere per una spesa da 2.300 miliardi di dollari in dieci anni.
“Il dibattito è benvenuto e compromessi e cambiamenti sono inevitabili. Non sono però disposto all’inerzia, restare fermi non è un’opzione” ha fatto sapere Biden. “Bisogna pagare per il piano e sono pronto a trattare”. Rispondendo all’opposizione repubblicana che lo accusa di eccessivi interventi governativi – dai trasporti a energia pulita, digitale, assistenza e istruzione – ha affermato che oggi l’idea di infrastrutture è “in evoluzione, costruiamo per il domani”.


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