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Superlega: il segno dei tempi e la legge dello sport

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Superlega: il segno dei tempi e la legge dello sport

La Superlega? Sono giusto vent’anni che la auspico, visto che nel 2001 iniziavo la mia avventura editoriale al timone del mensile “Eurocalcio”, un vero e proprio cult che ancora oggi viene ricordato da alcuni fedelissimi sul web. Per i nove anni seguenti, avrei raccontato lo sport più bello del mondo da un punto di vista che per i tempi era innovativo: la dimensione sempre più europea che il pallone, così come il resto della nostra società, stava integrando nel proprio DNA. 

Non va dimenticato che la moneta unica sarebbe entrata in circolazione il 1° gennaio del 2002, con un cambiamento che da un lato ha chiaramente deluso (il potere d’acquisto rispetto alla lira è nettamente calato) e dall’altro ha evidentemente aiutato lo sviluppo di una cultura sempre più internazionale e comunitaria. Sul piano meramente calcistico, già allora era chiaro che la dimensione dei campionati nazionali iniziava ad andare stretta ai grandi club: per i tifosi di Inter, Milan e Juve, i veri rivali non sono Fiorentina, Torino o Udinese (con tutto il rispetto), ma Real Madrid, Bayern Monaco, PSG e le altre big d’Europa. 

La storia va in questa direzione, tuttavia ci sono almeno due aspetti decisamente criticabili nel progetto che in queste ore sta facendo discutere. Il primo è il suo carattere di rottura rispetto alle competizioni Uefa. Siccome esiste anche una politica sportiva, si dovevano mettere in campo tutti gli strumenti della diplomazia per evitare uno strappo che potrebbe a inevitabili strascichi giudiziari, dalle richieste di danni economici alle squalifiche di club e giocatori. Sul piano sportivo, per qualche tempo andrebbe messo in conto un certo caos nelle varie competizioni, anche se poi il tutto dovrebbe confluire verso il suo sviluppo naturale, come è accaduto con il varo dell’Eurolega nel basket. Il punto di equilibrio migliore sarebbe in un calendario che preveda il weekend dedicato alla nuova competizione europea e i turni infrasettimanali ai campionati nazionali. 

Il secondo – e più rilevante – punto debole del progetto sta nel famoso assunto di Andrea Agnelli, per il quale una squadra come l’Atalanta avrebbe meno diritti di competere in Europa rispetto a un club più ricco e con più seguito, a prescindere dai risultati del campionato. Questo non è accettabile per chiunque ami lo sport. Il suo fascino sta nel fatto che Davide può battere Golia e quindi anche la più efficace macchina da soldi deve prevedere che sia il merito sportivo a determinare il successo, non solamente i numeri del bilancio. 

L’Atalanta anche ieri ha provveduto a ricordare alla Juve che è il terreno di gioco a decidere le sorti del pallone, ma questo rischia di essere solo un dettaglio di una riforma multimiliardaria che, appunto, ha radici lontanissime nel tempo.





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